6 gen 2012

18. parentesi (Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, e l'anno)


Quelli che si alzano di buon’ora sanno - a discapito dei sogni non fatti e delle mancate avventure del subconscio che infestano le altrui fasi rem - sanno di cosa sono fatti gli sguardi delle case mute al mattino. Quegli occhi lì, quelli che spuntano come nei dalle tendine di organza di qualche stanza al pianterreno, o quelli, dalle palpebre mezze abbassate, delle serrande socchiuse sulle vie meno battute della città, quegli occhi lì non roteano, stanno fermi. Giocano d’azzardo e si contentano di inseminare la sorpresa nei propri sparuti obiettivi - e terrorizzati osservatori. Oggi, il 6 gennaio, un giorno misto, Ludmilla scende in strada alle 7 del mattino, per lasciarsi osservare dagli occhi delle case.

Io  L.


Un giorno di mezzo, né carne né pesce come tutti i giorni di inizio anno. Le strade deserte, appena un'ombra di sole e un vento da capogiro. Intanto che sorseggia un caffé che sa di cartone, lei gira gli occhi sugli occhi muti dei palazzi. Hanno contenuto giornate furibonde. I bagordi degli italiani in tempi di crisi portano con sé un insospettabile carico di pericoli. Pericoli che si rovesciano sulla moquette, o sui divani, o sulla tovaglia di fiandra, puzzolente di canfora e muffa, di cui ogni Natale si celebra la miracolosa resurrezione dalla dispensa, dopo l'anno di tomba che l'ha edotta a essere un sudario.


E ora, quando tutti sono stanchi dei rutti alcolemici dei propri genitori, dei vomitini di bambini sconosciuti di cui si invertono sempre i nomi, e delle risate paonazze che celano altri capolavori di umori gastrici in libera uscita, ora le case - è il loro momento - si rilassano.
Hanno i vetri ancora opachi perché le massaie non sono ancora tornate operative, le pareti un po' scrostate come torte avanzate sotto le loro unte campane di vetro. Hanno l'aria lasciva delle mattine dopo. Dopo i deschi imbanditi, dopo le scorpacciate di salumi e buoni propositi. Dopo i giochi di società. Dopo: un dignitoso e al tempo stesso lurido sentimento del ritardo. I rotolanti sono rimasti a metà, come bocche impure. Le finestre orride, di lamiera verdastra, impazziscono alle cento rifrazioni del sole, sbattute come sono dal vento.


Poi, ci sono le foglie. Loro ricordano una leggerezza ormai resettata con il nuovo anno. Sono sfaccettate, sfuggenti, muliebri nel loro colore incipriato. Ma sono donne d'altri tempi, diversissime dalle loro colleghe in cardigan. Non si adoprano a sbarazzare le tavole, loro. Non si affannano a mattere a lucido, ogni mattina di buona lena, prima che arrivi il primo ospite, l'argenteria del salotto. Non centellinano sui vini. Non fanno la conta delle posate usa e getta da destinare ai commensali al di sotto dei dieci anni.


Le foglie che si annidano sulle piastre di uscita delle scale mobili come danzatrici a riposo. 
Ludmilla cammina a caso, il marciapiede è un cimitero di passi, l'unico rumore è quello del suo caffè che viene sorseggiato, fra la sonora soddisfazione e il timore delle scottature.
E avanti così, fino alla vecchia piscina fascista, funerea nel suo falso belvedere (che intorno non c'è che cemento e asfalto). E avanti, finché gli occhi fra i cornicioni assolati si riaprono, scottati dal vento che cuoce le tapparelle, scocciati dalla brutta insensatezza di questo giorno del cazzo. Il 6 gennaio, Ludmilla ha incontrato una città frustrata dalle feste, congelata dalla spending review, imbolsita dai saldi.