25 set 2011

12. fabbricazione di un ricordo e chiusura della porta

Certi minuti sono buoni per fabbricare i ricordi. Altri no. Tu non puoi farci niente, non hai nessun margine di decisione in questa specie di calembour dei pensieri. Succede quando chiudi la porta d’ingresso e qualcosa ti scuote e ricordi di aver aperto, una volta, la porta di una camera. Saranno stati dieci anni prima. Nella camera: penombra e odore di bambino. Un odore forte e tenue allo stesso tempo, che ricorda a tratti la lavanda, il miele, ma ha anche note decise di fango e di calore umido. Probabilmente, sono scesa dopo aver preparato le vostre strane rispettive colazioni, un affronto ai palati dignitosi: fette biscottate con l’olio e qualche grano di sale, per uno. Crackers con la marmellata Chiaverini, per l’altra. Poi fiumi di latte per voi e il caffè della moka, leggero e quasi diafano come mi piace, per me, giusto per farvi compagnia invece di guardarvi con le mani in mano, mentre vi disfate cono assoluta noncuranza delle tracce del sogno, abbuffandovi curiosi, rapiti. Apro la porta, allora, è il momento di richiamarvi in vita. E di questo si tratta e si è sempre trattato, per voi due, fanciulli dal sonno peso. Peso come un sasso, stamattina, che mi fate prendere quasi un colpo perché non basta chiamarvi una volta, due, tre. 
Non basta inondarvi la camera della luce importuna e dei rumori di strada. Siete come due pietre. Come due mostri coperti di licheni in qualche giardino dimenticato. Facce tese e gonfie, rigate dai segni del cuscino. E capelli, un sacco di capelli su quei visi assenti. Avete un mistero impresso sugli angoli della bocca che tremano, ogni tanto. Mentre i pelucchi biondi vi si drizzano sulle braccia: tante piccole sentinelle a presidiare la pelle d’oca che vi ha ricoperti, appena, di piccole borchie. Tutto questo lo vedo in un unico lampo. Mentre fuori è grigio, sono a Milano e forse, nel frattempo, mentre ho dimenticato cosa mangiate e i colori delle vostre lenzuola, siete cresciuti.

11. tre squadre

Brevi di Ludmilla.
Tre squadre al parco. Un intruso scuote la testa calva e si guarda intorno circospetto. Lui non appartiene a nessuna delle tre. È un escluso. Gli altri, sembrano non notare la sua presenza furtiva e si lanciano in picchiata, sfiorandosi quasi ma senza mai scontrarsi, sui piccoli vermi che l’umidità del mattino ha fatto uscire, ubriachi, dal terreno fumante del parco. Assolato. Squadra uno: i merli. I merli che saltellano e roteano la testa come a sincerarsi che davvero sei tu, e sei lì, e li guardi scuotere la coda amabili, vanesi. Un frullar d’ali e si spostano sul ramo un po’ più su, così ora ti dominano dall’alto. E sinceramente dominano anche gli altri, più ottusi, sempre dietro a procacciarsi cibo, senza nessuna eleganza. Ci mancherebbe: i tordi. Sembrano sempre sul punto di cacciarsi il becco negli occhi, con reciproca prontezza. Hanno colori che sembrano un torcicollo, o un quadro di arte ottica. E sono così protesi e affusolati che i vermi sono più grossi di loro, li strozzano quasi mentre vanno giù per la gola, sontuosa, di velluto. E poi i sordidi. I funerei. Gli squallidamente ostinati. Pare che ancheggino come slummers dei sobborghi urbani, mancano solo tuta di acetato e felpa oversize - San Diego. Piccioni. Avanzi di galera, tozzi come guantoni da baseball, sudici come i cibi che frugano, con una solerzia ributtante. Tre squadre. Ma non si danno noia: ognuna ha il suo glorioso primato di specie. Il povero storno spettinato storna la sua attenzione su un piccolo insetto, vorace. E se ne bea.

12 set 2011

10. back to school


La ragazza è di nuovo in città. Si guarda intorno con occhi indecisi se assumere uno sguardo cattivo o definitivamente assonnato. Ludmilla sta vedendo gente e cose nuove in questi giorni. Non sa ancora se le piace quello che vede, ma è probabile che in ogni caso cambierà idea abbastanza presto. Già è una che ci tende, a cambiare idea sulle cose. Però è una bela distrazione, si ha perfino il tempo di ascoltare Stereomood e si guarda di continuo nel vuoto postcatodico della Rete. Che cosa mai dovremmo trovarci, chissà.
Intanto Ludmilla cerca voracemente storie da raccontare. Si tratti della sartina relegata in uno scantinato dalla crisi, dell'edicolante che ha installato un sistema di allarme altamente tecnologico, o dello sventolante asciughino della dirimpettaia illustre, Ludmilla fiuta, cerca racconti, saggia le strade intorno a sé, parla con la gente. Ha già scoperto parecchie cose, ma per ora ciò che le manca è la fotografia di una realtà facilmente comprensibile. Che non sia un romanzo fumoso, insomma, o un groviglio di leggenducole metropolitane...
La aiuta molto il vecchio signore che tutte le mattine la saluta di fronte alla fila di cassette della posta nel cortile del loro palazzo. Il sobrio ma allegro signore che esce ogni mattina presto, con una sporta improbabile - che non riempie mai - e lascia dietro di sé il sentore antiquato della colonia, mischiato a qualche altro odore indefinibile ma tutto suo.
Le dice spesso di cose sentite alla radio, discusse con gli amici al caffè, o di faccende risapute anche se mai toccate con mano. Quella piccola saggezza da tavolino sotto il versò, così preziosa per instillarci curiosità e belle parole...
Peccato, a Ludmilla le belle parole - infatti - sembra che non le bastino più. Sono rimaste laggiù, in fondo allo scantinato dei suoi sogni primaverili, dei suoi desideri sparsi come i primi fiori di un prato, della sua incostanza di adolescente in eterno (ma inconsistente) stato di grazia.