Mi sei piaciuto, in un momento di abbandono, quando mi hai salutata scuotendo la testa triste e hai detto: Dio mio, sembra impossibile non vederti domani. Abbiamo misurato a spanne le distanze. Abbiamo sperimentato la pesantezza del silenzio. Abbiamo capito come si fa a svegliarsi soli. Come si fa a non tenersi troppo presenti, a non prendersi troppo sul serio. Abbiamo ritrovato l'uno sull'altra segni di emozioni e pensieri lontani dal nostro rispettivo terreno quotidiano. A volte quei pensieri non abbiamo saputo coglierli. Forse abbiamo perfino pensato di aver raggiunto il limite. Quel confine sottile ma invalicabile che separa la nostalgia dalla solitudine. Poi non so come, non so per quanto, non so perché, siamo tornati indietro, fra le bestie provvisorie, fra gli amanti in stallo. Nel novero infinito di quelli che non lo sanno, ma stanno. Ed è lì, in quel punto scomodo a cavallo di mille, di troppe sensazioni - fuori dalla bambagia di tre strade in croce, un manipolo di persone quasi sempre parenti, un villaggio di soliti noti - che ti perdo e ti ritrovo. Che tante volte mi hai parlato, che ogni tanto ti sento.
Mattina presto. Ludmilla esce, di corsa come al solito, attraversa il vialetto e imbocca la strada verso la metro. O il metrò, come lo chiamano da queste parti. Neanche fossimo in Francia. C'è sempre una certa laboriosità, nei metrò mattutini. Gente che scende, gente che sale. Gente che legge. Gente che urla al telefono coprendosi la bocca. Gente che si confonde con altra gente. Ma, soprattutto, gente che pensa. Che si perde nei propri primi faticosi scampoli di razionalità. L'occhio ancora velato dai sogni, oppure incantato - così sgranato a metà, come un fagiolo poco maturo - sui dettagli più scabrosi di qualche ignaro vicino, tipo la signora agghindata non proprio à la page. L'unghia parzialmente decolorota. La camicia con l'asola dimenticata: ora, un peluzzo osceno occhieggia al posto del bottone. I fiorellini stinti, stanchi di stare su una maglia che ha fatto qualche stagione di troppo. I decolletes non freschi delle sciure di bassa Lega. Anche Ludmilla si sente gli occhi addosso, quando sale. Il corridoio che sta in mezzo alle due file gemelle di poltroncine diventa, per gli ultimi arrivati, il palcoscenico del loro imbarazzo. Anche Ludmilla è là, in piedi, che ondeggia e sbanda, mille libri in braccio, lo spallino che cala, la mano aggrappata con precarietà. Il signore di mezza età che le è seduto di fronte si sofferma con insistenza sulla malcapitata al centro della scena. Il cappello di lana. Le calze rosa antico. Poi risale sulla cartella di cuoio, che sbatte, a ogni partenza, contro la portiera. Poi ancora più su: la blusa a pois e la treccia infuocata. Mentre lei, rapita a sua volta, segue l'itinerario di quello sguardo acquoso, tanto privo di curiosità quanto insolente e indagatorio. Ludmilla preferisce sedersi, magari sulle sedie esterne, e truccarsi con aria sorniona e un po' fatale. E ogni tanto alzare lo sguardo all'improvviso per cogliere di sorpresa gli spettatori: c'è l'espressione disgustata della massaia ("Non ce l'aveva una toeletta questa?"), quella divertita del pensionato che ammira la fierezza del gesto, quella irriverente del ragazzo.
A volte legge Women, la rivista nuova di pacca - carta spessa e ruvida come piace a lei - e si sofferma volentieri sulla rubrica di pruriginosi affari di letto descritti dalla collega... Anzi: dall'amica.