14 lug 2011

09. social sense, common networks

 
«Si fanno cose, oggi come sempre. Ma non più per il gusto di farle. Piuttosto per vedere come diventano, una volta che le abbiamo fatte. Per studiare il loro effetto, su di noi e sugli altri. Non sono più istanti di una vita, come arredare una casa, fare un viaggio, sorseggiare un vino d’annata, uscire in posti esclusivi. Sono istantanee, testimonianze affannose di tutte queste possibilità sempre rincorse.
Come se si volesse aver ragione della nostra fatuità mettendola per iscritto, imprimendola nelle sue più eteree ed emendate rappresentazioni digitali. Fare in modo che gli amici spùntino un like sulla foto artistica meglio riuscita della nostra vacanza è diventato più significativo di cosa sentivamo quando l’abbiamo scattata, quella foto. Dire dove ci troviamo, se è un posto figo, sembra ormai più importante che esserci venuti. Elencare su un blog le cose che ci piacciono, con una pericolosa promiscuità fra libri, gadget da cucina, modalità di svago e cibi al di fuori della dispensa ordinaria ci fa sentire degni di occupare il nostro piccolo fetido posto nella rete.
Agitiamo il nostro fustigato senso estetico alla continua e solerte ricerca di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo davvero. Ma che un comandamento supremo, quello di una strana comunità che non esiste ma di cui – col nostro contributo di idealismo distorto – facciamo inesorabilmente parte, ci impone di desiderare, sulla base di categorie irrispettose del nostro essere più riposto, delle nostre chimiche differenziate, delle nostre relazioni archetipiche».
Ludmilla sente questo stasera. E, non senza provare una certa vergogna nel contravvenire consapevolmente a ciò che sente, lo scrive.

08. l'annaffiatoio giallo

L’annaffiatoio giallo...
L’annaffiatoio giallo e... dovevano essere due, perché a Ludmilla quell’annaffiatoio suggerisce un’idea di coppia.
Mentre passeggia nel giardino un po’ incolto della casa nel Piccolo Paese, Ludmilla si sente non sola, non triste, ma impaziente, come se stesse per finire un giro di giostra e, mentre gli ingranaggi si tendono nella fase di rallentamento, lei sa già che vorrebbe fare un altro giro ma che sarà difficile convincere sua madre; e allora diventa stanca e svogliata prima ancora di provare a chiederglielo.
Ogni volta che le succede una cosa simile, le torna in mente una filastrocca dell’asilo – subdolo tentativo del sistema didattico del paese di inseminare negli ignari prescolari i primi rudimenti della religione di stato. Quella filastrocca era bella, però. Anche graficamente, per com’era disposta sui fogli del fascicolo benaugurale che le maestre avevano regalato ai bambini per Pasqua. Su ogni pagina c’erano solo poche parole, e sotto una faccina stilizzata, con l’espressione adatta allo scritto che accompagnava:
Se ti succede
All’improvviso
Di sentirti
Soffocato
Triste
Prigioniero
E solo
C’è qualcuno
Lassù
Che sa
Quanto sei bravo
Quanto sei grande
E soprattutto
Ti vuole tanto bene