27 giu 2011

07. il paradosso della felicità

Ludmilla è stata in vacanza. Ha accarezzato la sabbia fine della riviera, incrociato gli sguardi sapienti dei ragazzi da spiaggia, ha letto una novella di Schnitzler e sognato di indossare anche lei una pelliccia con niente sotto, che fissa. La festa è stata magica. Appena rientrata dal mare Ludmilla è andata alla festa di compleanno della cugina Amy, che non vedeva da tanto. 
Amy aveva questa strana treccia di capelli che le cadeva su una spalla, di lato alla testa, come la bionda Inge, e parlava con gli invitati sorridendo mentre accarezzava la treccia e lanciava occhiate, fra il compiaciuto e il furtivo, nelle più varie e impensabili direzioni. Aveva anche degli stivaletti verdi e un piccolo coprispalle scarlatto che facevano sentire a Ludmilla una certa fierezza per il suo total black. Ammaccato, soltanto, da un velo di rosso sul labbro inferiore. Ludmilla ha notato con composta ammirazione la perfetta sincronia di movimenti e intenti che Amy è riuscita a costruire con il suo ragazzo, Giò. E pensa che la sua speranza di riuscire a fare altrettanto, forse, un giorno, verrà ripagata, quando tutti gli altri doni saranno stati completamente dilapidati e il vaso di Pandora sarà del tutto vuoto. Ludmilla ricorda la figura del libro sui miti degli dei e degli eroi. La bella Pandora ferma, rappresentata controluce come una silhouette un po’ preraffaellita. Il vaso vuoto, disegnato a testa in giù che si immaginava benissimo di poterne sentire l’eco, il soffio della voce che gratta, vana, sul fondo della giara di terracotta ormai sgombro. “La speranza rimase per ultima nel vaso”. Tutti gli altri doni di cui la fanciulla era stata ricca fino a quel momento, persi per sempre. Ludmilla non sapeva se sentirsi come quella giara o come Pandora. Forse sarebbe stato presuntuoso e pretenzioso ritenersi ricca di cose da offrire in dono agli altri. Del resto, non era mai stata generosa come Amy, tutt’altro. Allora le piaceva pensare piuttosto di essere lei quella tenue speranza, abbracciata un po’ controvoglia alle pareti porose del testo. Amy e Giò sembravano fatti apposta per stare insieme. Nessuno sguardo caduto a vuoto, nessuna ricerca smaniosa di una fuga dal discorso o dalla traiettoria visiva l’uno dell’altra. Ma solo un continuo e paziente precipitarsi, senza foga, senza nessun affanno, a fare per l’altro una specie di cuscino emotivo, un apostrofo rosa, ma steso, come un petalo.
Ludmilla pensa che la felicità sia un paradosso. Per poterci dire felici si vuole qualcosa e siamo disposti a sacrificare qualcos’altro. Ma poi ogni “sacrificio” rischia di suonare come un “compromesso” ed è allora che ci si accorge del paradosso inesorabile della felicità.

9 giu 2011

06. la bouquiniste cisalpina e l’archivio mancato

La vecchietta vive accanto al mercato del pesce. Adesso ha lo smartphone anche lei. Di solito se ne sta lì, tra i libri che vende e non, tutta sola e in silenzio, a compitarsi i pensieri. A volte le fanno compagnia i passeri che vivono grazie agli scarti del mercato. Sono diventati completamente onnivori, ecco perché li vedi grassi, sgraziati e lenti, con l’occhio opaco, che scorrazzano lì intorno, beccando per terra in modo compulsivo, senza più nemmeno alzarsi in volo. Come degli aspiranti piccioni.
Io ci passo spesso, dalla vecchia del pesce. La sua è una bancarella molto frequentata. E molto ben frequentata, anche. È la bouquiniste cisalpina. Vende libri obsoleti. Brutti. Che però hanno il fascino di un rimasuglio di soffitta. Sembrano relitti alluvionali, o almeno si ha l’idea che siano stati raccattati nelle sale d’aspetto di tutti i dentisti ormai pensionati della Metropoli. Riviste ormai invendute e invendibili, Cronaca Vera e Il Corrierino dei Piccoli, e romanzi Harmony o vecchie edizioni di Liala, libri di viaggi, persino Settimane Enigmistiche già scritte e poi cancellate, e vecchi Tv sorrisi e canzoni degli anni di Fantastico, con vaporose Cuccarini e Martinez che, con le stelline disegnate sul viso, ammiccano dalla copertina ancora patinata, fra i fumi colorati e le luci giaguare della ribalta.
Ci passo spesso quando vado a lavoro. I passeri frullano le ali, mendicano cibo persino dai passanti. Che non sono rari. Ci ho incontrato gente dello spettacolo. Un radiofonico famoso. Il vincitore di un reality show. Una volta ho intercettato l’animosa conversazione fra la vecchia e un esperto d’arte, che pretendeva uno sconto di troppa sostanza su una rivista ritenuta introvabile dalla donna. E che pertanto non poteva affatto essere svenduta. Il tizio si dava grandi arie, gonfiava il petto sotto il papillon. La vecchia e i passeri lo guardavano dal basso, ma con una sobrietà composta, calma, che aspettava solo che quello sproloquiare di saccenteria fosse finito per intervenire dicendo, flemmaticamente, per tutta risposta: “In effetti anche lei è un tipo raro. Ma non per questo prezioso”.
Sorrido e passo oltre, mentre il critico riprende con la sua giaculatoria. Prima o poi, mi riprometto, mi fermerò anch’io davanti alla bancarella, e comprerò qualche rivista, o un vecchio libro del Touring. Magari uno di quelli, tristi e incartapecoriti, che parlano di province che non esistono più, o non esistevano ancora. Uno di quelli in cui la parola hotel la trovi ancora scritta così, in corsivo. O che segnalano la presenza di un telefono pubblico nei bar con l’apposita iconcina, di fianco al coltello e alla forchetta incrociati. Ci troverò i segni di chi li ha già letti, di chi è passato da quelle parti, o su quelle pagine. Le piegature, gli strappi, le orecchie. Le tracce circolari di mille tazze di caffè. Tutte cose che amerei conservare in un archivio immaginario. A volte penso allo spreco infinito di tracce che si lasciano, più o meno involontariamente, senza che nessuno le raccolga o le sfrutti. Indizi mancati, sbagliati, caduti o persi per strada. Che di noi potrebbero dire molto più, e molto meglio, dei discorsi e delle cose superstiti o di quelle volontariamente conservate. Invece, abbiamo solo queste. Soltanto ciò che abbiamo scelto, presi dal capriccio o dall’intenzione di non dire tutto di noi, ma solo quello che ci piace o che torna a nostro vantaggio.
Io, per esempio. Ho qui con me, nella borsa, un mucchio di cose. Biglietti da visita di qualcuno che non chiamerò o forse sì. Gomme da masticare. Fondotinta e rossetto. Un piccolo portadocumenti con le foto di mio nonno da giovane in bicicletta, del gatto vertiginoso, di mia cugina Amy e di mia cugina Frida. Non ho niente che non sia mia intenzione avere. Eppure chissà che fine hanno fatto i segnalibri che ho usato per i primi libri letti, quelli di Richard Scarry e di Quentin Blake. Le mie matite col filo d’oro a marcarne ognuno dei lati. I vecchi gommini per capelli. La sabbia che la scorsa estate restava, pigra e insolente, sul fondo della mia borsa di canapa. Gli scontrini dei posti dove sono stata. I biglietti della corriera su cui per anni ho fatto avanti e indietro fra il Piccolissimo e il Piccolo Paese per andare e tornare da scuola. I fili d’erba che soffiavo col ragazzo al parco. I suoi sorrisi. I primi doni: il nocciolo di pesca assurdamente laccato di smalto rosso e altre cose disgustose come una pigna di cedro sudicia che a lui, a lui solo, sembrava una rosa canina essiccata.

6 giu 2011

05. vento e biscotti amorosi

Fuori c’è un vento dispettoso. La città riserva brutte sorprese a volte. Nella Metropoli non tira mai un alito di vento eppure Ludmilla si è svegliata per colpa della persiana che sbatteva rumorosamente. Allora, visto che oggi è il suo giorno di riposo e il ragazzo non è ancora arrivato, ha deciso di dedicarsi alla cucina. Intanto ha messo su un vecchio vinile degli Small Faces. Ebbene sì, Ludmilla ha recuperato al mercatino delle pulci un pacchiano giradischi di una fine serie delle più kitsch. Un frutto incerto degli anni Ottanta, nato postumo.
Ascoltando Talk to you,  fa la lista degli ingredienti che con dedizione dispone sul tavolo per preparare i biscotti. Le arachidi tostate, la farina mista di mais e grano tenero, l’olio d’oliva, lo zucchero di canna, il lievito, il vino liquoroso. Semplicemente insieme, così. Quando un connubio è perfettamente armonioso non c’è bisogno di stabilire regole e turni. 
Questa ricetta gliel’ha insegnata sua zia, nella casa al mare dove andava a passare qualche settimana d’estate quando era bambina. In quella casa, croce e delizia delle vacanze estive, Ludmilla assaporava bene gli ultimi giorni di svago prima di tornare a scuola. Il cugino Paul, in particolare, era la sua croce. Amava sopra ogni altra cosa prenderla di peso come un agnello – serrandole con le mani già adolescenti polsi e caviglie – e stenderla sul divano per delle interminabili sessioni di solletico. Ludmilla ne usciva disperata e senza fiato. Spesso i lacrimoni le colavano giù per le guance, senza che potesse mai aver abbastanza forza per gridare o per lottare contro le smanie puberali del cugino.
Per rinfrancarla c’erano le belle e lunghe passeggiate con la cugina Amy, in compenso.
E quel gioco bellissimo, distese sul prato.
“Se io fossi Dio, avrei una mano talmente grande che potrei prendere quel gatto laggiù e posarlo in cima alla collina, così” e ci si chiudeva un occhio per poter fingere la prospettiva divina.
“Se io fossi Dio, invece, guarda: potrei accarezzare l’erba di quel campo, spostare il trattore con una piccola spinta della mano, o prendere il sole come si coglie un chicco d’uva”.
Ludmilla sorride sorprendendosi della forza dei propri ricordi, specie di quelli degli odori: la cucina della zia, le campanule che le solleticavano il collo sul prato, l’odore dei cugini, delle arachidi schiacciate insieme allo zucchero grezzo. 
Poi canticchia anche lei “Would it be too much... to try and jog your memory?”. Intanto finisce di lavorare l’impasto e inizia a prenderne piccoli mucchietti e a disporli sulla placca da forno.
Le piace l’amore con cui si fanno queste cose. Non è molto dissimile alla fine, a quell’amore che destina al ragazzo quando arriva. Si gioca anche quello su un equilibrio di sapori e di sapienze. Di trucchi e attenzioni sempre nuove. Ludmilla gli corre incontro, lo invita a vedere la collezione di piante grasse che cresce sempre più, gli parla di mille cose e ascolta le sue avventure. Lui le racconta di quando ha incontrato il gatto bagnato sulle scale di casa dopo un temporale, di che cosa ha suonato l’altra sera, di quanto le stanno bene le perline arancioni, “si intonano con i tuoi occhi e la tua pelle”. Poi le carezze e il profumo del forno si fanno intensi, lei lo cinge sotto le costole, lo stringe piano, bacia. Il vinile si inceppa e i biscotti mandano ormai un cattivo odore dal forno, ma non importa. Li rifaranno domani.

2 giu 2011

04. giorni di L.

Clic. Stanotte ho fatto uno strano sogno. Mi alzo e preparo meccanicamente caffellatte e un toast al burro e miele e intanto ascolto la radio. God must be a boogie man... canta Joni Mitchell, che non avrei mai pensato di incontrare su queste frequenze. Nel sogno sono una donna adulta. Ho un corpo pesante come un fardello, due figli che mi tirano la gonna da tutte le parti e cammino a fatica in una strada stretta, la pioggia mi batte in faccia e sul selciato ripido, i figli è come se non li sentissi, ma gridano qualcosa. Non so dove sono ma sto cercando di raggiungere un posto. Non un posto qualsiasi ma un luogo familiare, la mia casa, o la casa di qualcuno che conosco. Quando arrivo a una piccola porta di legno verde suono e mi apre una donna, più o meno della mia età ma che nel sogno io percepisco come mia madre.
Cerco di entrare ma non riesco, i figli continuano a tirarmi per la gonna e non posso passare dalla porta che è strettissima. Mia madre aspetta in silenzio, sulla soglia, non dice nulla.
“Chi sono? Cosa vogliono?” dico in un mugolio nervoso.
“Come chi sono” fa mia madre, “sono i tuoi figli. Non li ricordi più? Li hai avuti lo scorso inverno e li hai già scordati?”.
La guardo con un senso di terrore e di disgusto insieme:
“Ma cosa dici mamma, io non ho figli. Ma non vedi, sciocca, non vedi che sono solo due piccoli gatti affamati?”.
Infatti, appena mia madre guarda in basso, i gatti le si avventano sul viso. 
Lo specchio mi riflette, mentre ci passo davanti per caso. Sembro cresciuta. Ho i seni appuntiti e la pancia scavata come solo di mattina riesco ad avere. C’è un che di triste in questa figura bianca e silenziosa che mi guarda, come se si aspettasse qualcosa. Mi piace crescere. Ogni volta che guardo le venature della mia mano, grosse e in rilievo, sono contenta di vedere che il tempo passa anche da lì, anche dalla mie mani nervose e sempre in cerca di operosità. Le guardo continuamente, in fondo. Mentre sbuccio un’arancia, mi lego gli stivali, slaccio la cintura, lavo i piatti, conto i giorni che mi separano ormai dalla partenza, dal Piccolo Paese. 
Mentre cammino verso la metro, penso. Ho fatto la mia piccola rivoluzione con un certo accanimento. Non lo penso con orgoglio, ma con un discreto senso di oggettività. Ho fatto e disfatto valigie, cercato a fatica un posto dove stare, imparato a non sentire dolore quando saluto mia madre e mio padre, quando saluto il ragazzo. Del resto non potevo rimanere per sempre là. C’era qualcosa, quando la sera accostavo le persiane della mia stanza e mettevo il gatto sullo sgabello senza curarmi delle sue vertigini. Qualcosa che arrivava come una sberla di vento, un rimprovero dolce. Come se qualcuno una voce di dentro, dicesse “bruttacattiva, cosa ci fai ancora qui, cosa aspetti? Stai sprecando il tuo tempo, lo sai”.
E allora ho saputo, una sera che l’odore del minestrone era più invasivo e triste del solito, una sera che le persiane hanno cigolato troppo, forse, o che il gatto ha avuto compassione di me e ha acconsentito a restare sul pianoforte senza fiatare, allora ho saputo che me ne sarei andata.

1 giu 2011

03. il migliore dei mondi possibili

Ludmilla si è svegliata presto. Ha pensato per un attimo di allungare la mano per accendere il piccolo paralume di canapa sulla mensola in basso e sinistra. Poi si è detta “stupida” e si è rimproverata di non ricordarsi che il suo nuovo letto non ha nessuna mensola in basso a sinistra, ma un minuscolo comodino a destra, con sopra un applique di carta di riso. Clic.
La stanza che si è presa, nella periferia un po’ rive gauche un po’ quartiere multietnico della Metropoli, è una camera quadrata, con il soffitto basso e il parquet malridotto. Dal cortile al mattino la raggiungono odori di forno non propriamente gradevoli. 

Ludmilla è venuta in città perché è come se ci fosse stata costretta. Non da qualcuno, solo da se stessa, anzi da quello che le è sempre sembrato giusto pretendere da se stessa. A volte Ludmilla non lo ammette, ma riconosce di avere una sensibilità particolare per le cose. È soltanto una sensazione, ma le è stata confermata molte volte nel corso della sua vita. Come quando i professori la definivano ‘più matura della sua età’ o perfino ‘sprecata per un liceo artistico’. Su questo a dire il vero non è mai stata d’accordo. Il piccolo istituto, benigno e familiare come una vacanza ben riuscita, l’ha gratificata senza appesantirla di sensi d’inadeguatezza. Ma Ludmilla non ha mai sentito di essere arrivata a un punto risolutivo, non ha mai pensato di fermarsi credendo di esser giunta nel migliore dei mondi possibili. Ludmilla non è di quelli tremendamente ambiziosi, ma neanche di quelli che godono del proprio comodino, della via di casa e dello stesso panettiere da generazioni. Detesta quelli che non si lasciano distrarre da nessun tipo di fascino esotico, fosse anche una semplice diffida dell’abitudine, o una voglia di far propria davvero la propria vita, costruendola per esclusioni progressive e acquisite con consapevolezza.
Ludmilla è una complicata. Quando pensa di essere così, per un momento, le si piega il labbro in una smorfia compiaciuta, che subito dopo si trasforma in ribrezzo per la sua faciloneria vanitosa. ‘Complicata’, come se fosse del tutto bello esserlo. Non è bello, è difficile, scomodo e triste. Ma ora è tempo di darsi un’opportunità. Un’occasione di soffrire. Di accettare di mettere se stessa in balìa di un’identità che deve ancora definirsi. L’occasione di perdere qualcosa. Di perdere qualcuno. Per trovare qualcosa o qualcuno che siano realmente un desiderio suo. Una corrispondenza reale. Un’espressione di sé. Qualcosa che risponda alla sua inquietudine come a un richiamo risponde chi è cercato e non chi passa per sbaglio. Come il bersaglio colpito risponde a una freccia che non sia stata scoccata a caso.