1 dic 2011

17. sono un'edonista

Sono un’edonista. Ma non una di quelle sofisticate damine metropolitane che godono all’acquisto di una Balenciaga e si nutrono solo di caviale e Louis Roederer nelle occasioni mondane e, quotidianamente, di pan di segale bio e snack al malto alsaziano tostato. Sono un’edonista dal cuore campestre. Che si commuove per il fegatello, che il pantagruelico Margutte di Pulci battezzava come “vero paternostro”. Che ama il Negroni, il più villano e perfino disgustoso dei cocktail. Così stucchevole da creare dipendenza, così forte da farti sentire maledetto. Amo l’eccesso a poco prezzo del cibo che stordisce per la sua corpulenza e il suo sapore deciso. Non sono una donna da bianco fermo. Né da bollicine tutto fumo e poco arrosto. Amo la pesantezza corroborante dei nostri rossi, anche se non disdegno quella più virginale di certi merlot. Non sono una donna da gamberoni del Baltico al vapore. Amo la corposità schietta e bucciosa del fagiolo con l’occhio. E del suo aglio, che resta in pentola per ore e poi, lascivo, si fa spogliare sguittando come un’anguilla fuori dal suo abito roseo. I cibi più buoni sono quelli con cui tu, donnola esile come un giunco, devi ingaggiare una lotta per apprezzarli. Una battaglia all’ultimo grado, e all’ultima caloria. Amo la cicoria saltata. Amo la cacciagione che si ripresenta fino a tardo pomeriggio, in quelle domeniche, irredente a dispetto dell’ostia mattutina, in cui esiste solo il piacere gastrico. Amo la castagna ballotta, una sposa d’autunno ammansita dal bollore dell’acqua, lei che sperava in quello del fuoco, ma bella anche da spenta, con il suo prezioso corredo di rosmarino stufato. Amo il cavolo coraggioso, così brutto e bandito dalle mense più sofisticate, se non sotto forma di verza che avvolge un più degno contenuto. Amo le rozzissime olive all’ascolana, un cibo indeciso e senza adepti: non sono adatte ai vegetariani perché hanno stretto un patto ignominioso con il ragù. Non fanno nemmeno al caso del crapulone più godurioso, perché ai suoi occhi sono palline insignificanti, il semplice assaggino di un paradiso che lui non si accontenta certo di guardare così, dal buco della serratura. Non si addicono, infine, al salutista, perché sono un concentrato mefistofelico di tutti i mali possibili per le sue morigerate arterie.  


Amo il pollo arrosto, sì, quello del mercato, che mi piace chiamare “pollaccio”, come lo chiama mia madre, perché è il principe di una gastronomia spiccia ma dignitosissima, e insostituibile. Insano, trascurato, cucinato in maniera sciatta da un ambulante che infila le mani luride, senza operare distinguo di sorta, ora nella tasca degli spiccioli, ora tra le crocchette mence esposte in prima linea sul banco. Il pollo arrosto è l’eccellenza, il piatto senhal, per l’edonista che non vuole essere uno snob, almeno a tavola. Amo, insomma, le cose indiavolate, che il mio povero stomaco quasi infantile affronta a fatica: ci deve parlare, le deve convincere, addomesticare, come Petruccio doma la sua bisbetica Caterina. Come si fa con la vita. Che se è troppo facile scivola giù senza citrosodina, ci digerisce senza darci delizia. 

29 nov 2011

16bis. cravatte intonate alla camicia

16. dalla teleferia dell'impero

La bacheca di Facepage le si è riempita di insulti e grida di vittoria. Seicento persone tutte protese a far vedere che ci sono, nella buona e nella cattiva sorte. Ludmilla intreccia le gambe e intercetta lo schermo, per seguire quel lento discorso d'addio a denti stretti, e si guarda intorno. Sembrano tutti pronti a sgominare l'anello che non tiene nel tremulo j'accuse del premier in dipartita. E come ridono! Per un lungo momento Ludmilla ha odiato quel copiaincolla di espressioni sarcastiche. Tutte simili le une alle altre nel giro di una dozzina di volti. Segue un boato di gioia uggiosa, dentro e fuori lo schermo, e infine Lui, con un'ultima penosa interferenza fra panno e microfono, risistemato il blazer, scende dal suo ultimo pulpito e esce di scena. Cosa mancherà di quest’essere che per vent’anni, come una melassa, ha cosparso di sé tutte le cose, tutte le persone? Ha creato un mondo e un antimondo. Quanti intellettualoschi si sono ammantati di benemerenza per il solo fatto di opporglisi? Quante casalingue dell’Oltrepò hanno risolto i loro pomeriggi digestivi fra prezzi giusti e pellicce Annabella? Quanti libri sono stati scritti? Quanti editati da Lui Medesimo? Quante miss Magliettabagnata sono assurte alla gloria del soglio pompolitico? Quante grigie racchie parastatali hanno visto rinascere il proprio orgoglio mutilo grazie al mancato senso di dignità delle altre? Quante donne sono state ripartite in pompinare e sartine? Quanti uomini hanno inneggiato all’untuosità vasellinica dell’Unto e al suo entourage di bollicine e pilloleblù? Quanti giovani hanno palpeggiato il sogno del potere senza faticare? Quanti altri giovani hanno trovato l’alibi per non faticare? Quanti si sono arrampicati sul palo della Cuccarigna? Quanti si sono accartocciati nella bara del lassismo ideologizzato? Quanti simboli sono stati prepensionati dal biscione? Quanti riti apotropaici si sono blobianamente ripetuti senza concludere uno straccio di proposta? Quante cene hanno sacrificato gli italiani alla contemplazione della pelata e del cerone premierali? Quanto fanatismo ha prodotto? Quanto ha sovvertito, traslato, dimensionato la scala di valori degli italiani? Quella che i padri della patria vedevano come la Rampa d’oro del biblico sogno di Giacobbe è diventata una piccola e merdosa scaletta da pollaio che, piolo più piolo meno, non ci conduce ai piani elevatissimi né della politica sovranazionale, né della nostra, catodicamente smembrata, coscienza civica. Adieu.

28 nov 2011

15. mille rivoli fossili

I cani hanno sporcato il marciapiedi più del solito. C’è un odore di lezzo misto al caffè del bar di fianco a casa. Cui si aggiunge quello della tabaccheria. L’odore indefinibile della tabaccheria che è un po’ l’incrocio di tutti gli odori possibili, che mescolati insieme danno un esito emblematico: quello del metallo delle monete riscaldate dal calore corporeo, quando le si girano e rigirano nelle tasche dei pantaloni. Un promemoria della loro presenza. La ragazza pensa che sarebbe ora di fermarcisi, in quella tabaccheria, e prenderne un pacchetto. Non foss’altro che per solidarizzare con il fetido silenzio redazionale: pare che tutti trovino nel risucchio del mozzicone un alibi per il loro stare zitti. Conversare non è qualità da giornalisti. Di questi tempi il silenzio si è fatto pesante. Pesante come la mancanza di regole. Come l’acqua che scorre al mulino di ognuno. Come l’assenza di qualcuno. E lei ne risente. È un silenzio che resisterebbe alla lama di un coltello. Interrotto solo, di tanto in tanto, da qualche sprazzo di cinismo, di finto buonumore. Dalla battuta boccalona di chi non sembra voler cedere all’evidenza del suo brutto carattere. E da quella a denti stretti, cauta, di quelli ancora indecisi se mettersi sulle barricate o dare le spalle. Lei, zitta e assente, fa il suo dovere. Cioè restare informe, anonima, e defilata. Si sente come il grosso gatto bianco nel cortile. Una presenza vacua, incerta se chiedere da mangiare con struggimento o mettersi in attesa e contemplare i giorni strazianti del proprio digiuno. I cani hanno sporcato più del solito. 
Non ci sono passi, né davanti né dietro di lei, che oggi è sola di fronte alla città. Sola sì, e sfrontatamente ingenua. Non ha scuse, non ha idee, né ripensamenti sulla strategia. Lei pensa e scrive sempre sotto dettatura della sua onestà. In barba alle talpe altrui, che si strofinano i guanti e ritirano lesti la mano che le hanno appena permesso di stringere. Giurano fedeltà, loro. «Non posso, sono già promesso al suo collega». Ludmilla ci resta con un palmo di naso, pinocchiescamente. «Chissà quanti panettoni ricevono a Natale, questi qua». Sei proprio una donna d'altri tempi, si dice. E d'altri spazi, soprattutto. 
 E per il resto silenzio, e sguardi che ti trapassano senza vederti. E i cani che hanno sporcato le strade della città: mille rivoli fossili. Si vedono le striature dell’orina stratificarsi, giorno dopo giorno. Un senso vago di sporcizia diffusa. E piccoli consigli, e attenzioni, e sorrisi amici che non ci sono. Non ci sono più.

17 ott 2011

14. baci e caos

Mi sei piaciuto, in un momento di abbandono, quando mi hai salutata scuotendo la testa triste e hai detto: Dio mio, sembra impossibile non vederti domani. Abbiamo misurato a spanne le distanze. Abbiamo sperimentato la pesantezza del silenzio. Abbiamo capito come si fa a svegliarsi soli. Come si fa a non tenersi troppo presenti, a non prendersi troppo sul serio. Abbiamo ritrovato l'uno sull'altra segni di emozioni e pensieri lontani dal nostro rispettivo terreno quotidiano. A volte quei pensieri non abbiamo saputo coglierli.
 Forse abbiamo perfino pensato di aver raggiunto il limite. Quel confine sottile ma invalicabile che separa la nostalgia dalla solitudine. Poi non so come, non so per quanto, non so perché, siamo tornati indietro, fra le bestie provvisorie, fra gli amanti in stallo. Nel novero infinito di quelli che non lo sanno, ma stanno. Ed è lì, in quel punto scomodo a cavallo di mille, di troppe sensazioni - fuori dalla bambagia di tre strade in croce, un manipolo di persone quasi sempre parenti, un villaggio di soliti noti - che ti perdo e ti ritrovo. Che tante volte mi hai parlato, che ogni tanto ti sento.

13 ott 2011

13. Ludmilla dans le métro

Mattina presto. Ludmilla esce, di corsa come al solito, attraversa il vialetto e imbocca la strada verso la metro. O il metrò, come lo chiamano da queste parti. Neanche fossimo in Francia. C'è sempre una certa laboriosità, nei metrò mattutini. Gente che scende, gente che sale. Gente che legge. Gente che urla al telefono coprendosi la bocca. Gente che si confonde con altra gente. Ma, soprattutto, gente che pensa. Che si perde nei propri primi faticosi scampoli di razionalità. L'occhio ancora velato dai sogni, oppure incantato - così sgranato a metà, come un fagiolo poco maturo - sui dettagli più scabrosi di qualche ignaro vicino, tipo la signora agghindata non proprio à la page. L'unghia parzialmente decolorota. La camicia con l'asola dimenticata: ora, un peluzzo osceno occhieggia al posto del bottone. I fiorellini stinti, stanchi di stare su una maglia che ha fatto qualche stagione di troppo. I decolletes non freschi delle sciure di bassa Lega. Anche Ludmilla si sente gli occhi addosso, quando sale. Il corridoio che sta in mezzo alle due file gemelle di poltroncine diventa, per gli ultimi arrivati, il palcoscenico del loro imbarazzo. Anche Ludmilla è là, in piedi, che ondeggia e sbanda, mille libri in braccio, lo spallino che cala, la mano aggrappata con precarietà. Il signore di mezza età che le è seduto di fronte si sofferma con insistenza sulla malcapitata al centro della scena. Il cappello di lana. Le calze rosa antico. Poi risale sulla cartella di cuoio, che sbatte, a ogni partenza, contro la portiera. Poi ancora più su: la blusa a pois e la treccia infuocata. Mentre lei, rapita a sua volta, segue l'itinerario di quello sguardo acquoso, tanto privo di curiosità quanto insolente e indagatorio. Ludmilla preferisce sedersi, magari sulle sedie esterne, e truccarsi con aria sorniona e un po' fatale. E ogni tanto alzare lo sguardo all'improvviso per cogliere di sorpresa gli spettatori: c'è l'espressione disgustata della massaia ("Non ce l'aveva una toeletta questa?"), quella divertita del pensionato che ammira la fierezza del gesto, quella irriverente del ragazzo.

A volte legge Women, la rivista nuova di pacca - carta spessa e ruvida come piace a lei - e si sofferma volentieri sulla rubrica di pruriginosi affari di letto descritti dalla collega... Anzi: dall'amica.

25 set 2011

12. fabbricazione di un ricordo e chiusura della porta

Certi minuti sono buoni per fabbricare i ricordi. Altri no. Tu non puoi farci niente, non hai nessun margine di decisione in questa specie di calembour dei pensieri. Succede quando chiudi la porta d’ingresso e qualcosa ti scuote e ricordi di aver aperto, una volta, la porta di una camera. Saranno stati dieci anni prima. Nella camera: penombra e odore di bambino. Un odore forte e tenue allo stesso tempo, che ricorda a tratti la lavanda, il miele, ma ha anche note decise di fango e di calore umido. Probabilmente, sono scesa dopo aver preparato le vostre strane rispettive colazioni, un affronto ai palati dignitosi: fette biscottate con l’olio e qualche grano di sale, per uno. Crackers con la marmellata Chiaverini, per l’altra. Poi fiumi di latte per voi e il caffè della moka, leggero e quasi diafano come mi piace, per me, giusto per farvi compagnia invece di guardarvi con le mani in mano, mentre vi disfate cono assoluta noncuranza delle tracce del sogno, abbuffandovi curiosi, rapiti. Apro la porta, allora, è il momento di richiamarvi in vita. E di questo si tratta e si è sempre trattato, per voi due, fanciulli dal sonno peso. Peso come un sasso, stamattina, che mi fate prendere quasi un colpo perché non basta chiamarvi una volta, due, tre. 
Non basta inondarvi la camera della luce importuna e dei rumori di strada. Siete come due pietre. Come due mostri coperti di licheni in qualche giardino dimenticato. Facce tese e gonfie, rigate dai segni del cuscino. E capelli, un sacco di capelli su quei visi assenti. Avete un mistero impresso sugli angoli della bocca che tremano, ogni tanto. Mentre i pelucchi biondi vi si drizzano sulle braccia: tante piccole sentinelle a presidiare la pelle d’oca che vi ha ricoperti, appena, di piccole borchie. Tutto questo lo vedo in un unico lampo. Mentre fuori è grigio, sono a Milano e forse, nel frattempo, mentre ho dimenticato cosa mangiate e i colori delle vostre lenzuola, siete cresciuti.

11. tre squadre

Brevi di Ludmilla.
Tre squadre al parco. Un intruso scuote la testa calva e si guarda intorno circospetto. Lui non appartiene a nessuna delle tre. È un escluso. Gli altri, sembrano non notare la sua presenza furtiva e si lanciano in picchiata, sfiorandosi quasi ma senza mai scontrarsi, sui piccoli vermi che l’umidità del mattino ha fatto uscire, ubriachi, dal terreno fumante del parco. Assolato. Squadra uno: i merli. I merli che saltellano e roteano la testa come a sincerarsi che davvero sei tu, e sei lì, e li guardi scuotere la coda amabili, vanesi. Un frullar d’ali e si spostano sul ramo un po’ più su, così ora ti dominano dall’alto. E sinceramente dominano anche gli altri, più ottusi, sempre dietro a procacciarsi cibo, senza nessuna eleganza. Ci mancherebbe: i tordi. Sembrano sempre sul punto di cacciarsi il becco negli occhi, con reciproca prontezza. Hanno colori che sembrano un torcicollo, o un quadro di arte ottica. E sono così protesi e affusolati che i vermi sono più grossi di loro, li strozzano quasi mentre vanno giù per la gola, sontuosa, di velluto. E poi i sordidi. I funerei. Gli squallidamente ostinati. Pare che ancheggino come slummers dei sobborghi urbani, mancano solo tuta di acetato e felpa oversize - San Diego. Piccioni. Avanzi di galera, tozzi come guantoni da baseball, sudici come i cibi che frugano, con una solerzia ributtante. Tre squadre. Ma non si danno noia: ognuna ha il suo glorioso primato di specie. Il povero storno spettinato storna la sua attenzione su un piccolo insetto, vorace. E se ne bea.

12 set 2011

10. back to school


La ragazza è di nuovo in città. Si guarda intorno con occhi indecisi se assumere uno sguardo cattivo o definitivamente assonnato. Ludmilla sta vedendo gente e cose nuove in questi giorni. Non sa ancora se le piace quello che vede, ma è probabile che in ogni caso cambierà idea abbastanza presto. Già è una che ci tende, a cambiare idea sulle cose. Però è una bela distrazione, si ha perfino il tempo di ascoltare Stereomood e si guarda di continuo nel vuoto postcatodico della Rete. Che cosa mai dovremmo trovarci, chissà.
Intanto Ludmilla cerca voracemente storie da raccontare. Si tratti della sartina relegata in uno scantinato dalla crisi, dell'edicolante che ha installato un sistema di allarme altamente tecnologico, o dello sventolante asciughino della dirimpettaia illustre, Ludmilla fiuta, cerca racconti, saggia le strade intorno a sé, parla con la gente. Ha già scoperto parecchie cose, ma per ora ciò che le manca è la fotografia di una realtà facilmente comprensibile. Che non sia un romanzo fumoso, insomma, o un groviglio di leggenducole metropolitane...
La aiuta molto il vecchio signore che tutte le mattine la saluta di fronte alla fila di cassette della posta nel cortile del loro palazzo. Il sobrio ma allegro signore che esce ogni mattina presto, con una sporta improbabile - che non riempie mai - e lascia dietro di sé il sentore antiquato della colonia, mischiato a qualche altro odore indefinibile ma tutto suo.
Le dice spesso di cose sentite alla radio, discusse con gli amici al caffè, o di faccende risapute anche se mai toccate con mano. Quella piccola saggezza da tavolino sotto il versò, così preziosa per instillarci curiosità e belle parole...
Peccato, a Ludmilla le belle parole - infatti - sembra che non le bastino più. Sono rimaste laggiù, in fondo allo scantinato dei suoi sogni primaverili, dei suoi desideri sparsi come i primi fiori di un prato, della sua incostanza di adolescente in eterno (ma inconsistente) stato di grazia.

14 lug 2011

09. social sense, common networks

 
«Si fanno cose, oggi come sempre. Ma non più per il gusto di farle. Piuttosto per vedere come diventano, una volta che le abbiamo fatte. Per studiare il loro effetto, su di noi e sugli altri. Non sono più istanti di una vita, come arredare una casa, fare un viaggio, sorseggiare un vino d’annata, uscire in posti esclusivi. Sono istantanee, testimonianze affannose di tutte queste possibilità sempre rincorse.
Come se si volesse aver ragione della nostra fatuità mettendola per iscritto, imprimendola nelle sue più eteree ed emendate rappresentazioni digitali. Fare in modo che gli amici spùntino un like sulla foto artistica meglio riuscita della nostra vacanza è diventato più significativo di cosa sentivamo quando l’abbiamo scattata, quella foto. Dire dove ci troviamo, se è un posto figo, sembra ormai più importante che esserci venuti. Elencare su un blog le cose che ci piacciono, con una pericolosa promiscuità fra libri, gadget da cucina, modalità di svago e cibi al di fuori della dispensa ordinaria ci fa sentire degni di occupare il nostro piccolo fetido posto nella rete.
Agitiamo il nostro fustigato senso estetico alla continua e solerte ricerca di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo davvero. Ma che un comandamento supremo, quello di una strana comunità che non esiste ma di cui – col nostro contributo di idealismo distorto – facciamo inesorabilmente parte, ci impone di desiderare, sulla base di categorie irrispettose del nostro essere più riposto, delle nostre chimiche differenziate, delle nostre relazioni archetipiche».
Ludmilla sente questo stasera. E, non senza provare una certa vergogna nel contravvenire consapevolmente a ciò che sente, lo scrive.

08. l'annaffiatoio giallo

L’annaffiatoio giallo...
L’annaffiatoio giallo e... dovevano essere due, perché a Ludmilla quell’annaffiatoio suggerisce un’idea di coppia.
Mentre passeggia nel giardino un po’ incolto della casa nel Piccolo Paese, Ludmilla si sente non sola, non triste, ma impaziente, come se stesse per finire un giro di giostra e, mentre gli ingranaggi si tendono nella fase di rallentamento, lei sa già che vorrebbe fare un altro giro ma che sarà difficile convincere sua madre; e allora diventa stanca e svogliata prima ancora di provare a chiederglielo.
Ogni volta che le succede una cosa simile, le torna in mente una filastrocca dell’asilo – subdolo tentativo del sistema didattico del paese di inseminare negli ignari prescolari i primi rudimenti della religione di stato. Quella filastrocca era bella, però. Anche graficamente, per com’era disposta sui fogli del fascicolo benaugurale che le maestre avevano regalato ai bambini per Pasqua. Su ogni pagina c’erano solo poche parole, e sotto una faccina stilizzata, con l’espressione adatta allo scritto che accompagnava:
Se ti succede
All’improvviso
Di sentirti
Soffocato
Triste
Prigioniero
E solo
C’è qualcuno
Lassù
Che sa
Quanto sei bravo
Quanto sei grande
E soprattutto
Ti vuole tanto bene

27 giu 2011

07. il paradosso della felicità

Ludmilla è stata in vacanza. Ha accarezzato la sabbia fine della riviera, incrociato gli sguardi sapienti dei ragazzi da spiaggia, ha letto una novella di Schnitzler e sognato di indossare anche lei una pelliccia con niente sotto, che fissa. La festa è stata magica. Appena rientrata dal mare Ludmilla è andata alla festa di compleanno della cugina Amy, che non vedeva da tanto. 
Amy aveva questa strana treccia di capelli che le cadeva su una spalla, di lato alla testa, come la bionda Inge, e parlava con gli invitati sorridendo mentre accarezzava la treccia e lanciava occhiate, fra il compiaciuto e il furtivo, nelle più varie e impensabili direzioni. Aveva anche degli stivaletti verdi e un piccolo coprispalle scarlatto che facevano sentire a Ludmilla una certa fierezza per il suo total black. Ammaccato, soltanto, da un velo di rosso sul labbro inferiore. Ludmilla ha notato con composta ammirazione la perfetta sincronia di movimenti e intenti che Amy è riuscita a costruire con il suo ragazzo, Giò. E pensa che la sua speranza di riuscire a fare altrettanto, forse, un giorno, verrà ripagata, quando tutti gli altri doni saranno stati completamente dilapidati e il vaso di Pandora sarà del tutto vuoto. Ludmilla ricorda la figura del libro sui miti degli dei e degli eroi. La bella Pandora ferma, rappresentata controluce come una silhouette un po’ preraffaellita. Il vaso vuoto, disegnato a testa in giù che si immaginava benissimo di poterne sentire l’eco, il soffio della voce che gratta, vana, sul fondo della giara di terracotta ormai sgombro. “La speranza rimase per ultima nel vaso”. Tutti gli altri doni di cui la fanciulla era stata ricca fino a quel momento, persi per sempre. Ludmilla non sapeva se sentirsi come quella giara o come Pandora. Forse sarebbe stato presuntuoso e pretenzioso ritenersi ricca di cose da offrire in dono agli altri. Del resto, non era mai stata generosa come Amy, tutt’altro. Allora le piaceva pensare piuttosto di essere lei quella tenue speranza, abbracciata un po’ controvoglia alle pareti porose del testo. Amy e Giò sembravano fatti apposta per stare insieme. Nessuno sguardo caduto a vuoto, nessuna ricerca smaniosa di una fuga dal discorso o dalla traiettoria visiva l’uno dell’altra. Ma solo un continuo e paziente precipitarsi, senza foga, senza nessun affanno, a fare per l’altro una specie di cuscino emotivo, un apostrofo rosa, ma steso, come un petalo.
Ludmilla pensa che la felicità sia un paradosso. Per poterci dire felici si vuole qualcosa e siamo disposti a sacrificare qualcos’altro. Ma poi ogni “sacrificio” rischia di suonare come un “compromesso” ed è allora che ci si accorge del paradosso inesorabile della felicità.

9 giu 2011

06. la bouquiniste cisalpina e l’archivio mancato

La vecchietta vive accanto al mercato del pesce. Adesso ha lo smartphone anche lei. Di solito se ne sta lì, tra i libri che vende e non, tutta sola e in silenzio, a compitarsi i pensieri. A volte le fanno compagnia i passeri che vivono grazie agli scarti del mercato. Sono diventati completamente onnivori, ecco perché li vedi grassi, sgraziati e lenti, con l’occhio opaco, che scorrazzano lì intorno, beccando per terra in modo compulsivo, senza più nemmeno alzarsi in volo. Come degli aspiranti piccioni.
Io ci passo spesso, dalla vecchia del pesce. La sua è una bancarella molto frequentata. E molto ben frequentata, anche. È la bouquiniste cisalpina. Vende libri obsoleti. Brutti. Che però hanno il fascino di un rimasuglio di soffitta. Sembrano relitti alluvionali, o almeno si ha l’idea che siano stati raccattati nelle sale d’aspetto di tutti i dentisti ormai pensionati della Metropoli. Riviste ormai invendute e invendibili, Cronaca Vera e Il Corrierino dei Piccoli, e romanzi Harmony o vecchie edizioni di Liala, libri di viaggi, persino Settimane Enigmistiche già scritte e poi cancellate, e vecchi Tv sorrisi e canzoni degli anni di Fantastico, con vaporose Cuccarini e Martinez che, con le stelline disegnate sul viso, ammiccano dalla copertina ancora patinata, fra i fumi colorati e le luci giaguare della ribalta.
Ci passo spesso quando vado a lavoro. I passeri frullano le ali, mendicano cibo persino dai passanti. Che non sono rari. Ci ho incontrato gente dello spettacolo. Un radiofonico famoso. Il vincitore di un reality show. Una volta ho intercettato l’animosa conversazione fra la vecchia e un esperto d’arte, che pretendeva uno sconto di troppa sostanza su una rivista ritenuta introvabile dalla donna. E che pertanto non poteva affatto essere svenduta. Il tizio si dava grandi arie, gonfiava il petto sotto il papillon. La vecchia e i passeri lo guardavano dal basso, ma con una sobrietà composta, calma, che aspettava solo che quello sproloquiare di saccenteria fosse finito per intervenire dicendo, flemmaticamente, per tutta risposta: “In effetti anche lei è un tipo raro. Ma non per questo prezioso”.
Sorrido e passo oltre, mentre il critico riprende con la sua giaculatoria. Prima o poi, mi riprometto, mi fermerò anch’io davanti alla bancarella, e comprerò qualche rivista, o un vecchio libro del Touring. Magari uno di quelli, tristi e incartapecoriti, che parlano di province che non esistono più, o non esistevano ancora. Uno di quelli in cui la parola hotel la trovi ancora scritta così, in corsivo. O che segnalano la presenza di un telefono pubblico nei bar con l’apposita iconcina, di fianco al coltello e alla forchetta incrociati. Ci troverò i segni di chi li ha già letti, di chi è passato da quelle parti, o su quelle pagine. Le piegature, gli strappi, le orecchie. Le tracce circolari di mille tazze di caffè. Tutte cose che amerei conservare in un archivio immaginario. A volte penso allo spreco infinito di tracce che si lasciano, più o meno involontariamente, senza che nessuno le raccolga o le sfrutti. Indizi mancati, sbagliati, caduti o persi per strada. Che di noi potrebbero dire molto più, e molto meglio, dei discorsi e delle cose superstiti o di quelle volontariamente conservate. Invece, abbiamo solo queste. Soltanto ciò che abbiamo scelto, presi dal capriccio o dall’intenzione di non dire tutto di noi, ma solo quello che ci piace o che torna a nostro vantaggio.
Io, per esempio. Ho qui con me, nella borsa, un mucchio di cose. Biglietti da visita di qualcuno che non chiamerò o forse sì. Gomme da masticare. Fondotinta e rossetto. Un piccolo portadocumenti con le foto di mio nonno da giovane in bicicletta, del gatto vertiginoso, di mia cugina Amy e di mia cugina Frida. Non ho niente che non sia mia intenzione avere. Eppure chissà che fine hanno fatto i segnalibri che ho usato per i primi libri letti, quelli di Richard Scarry e di Quentin Blake. Le mie matite col filo d’oro a marcarne ognuno dei lati. I vecchi gommini per capelli. La sabbia che la scorsa estate restava, pigra e insolente, sul fondo della mia borsa di canapa. Gli scontrini dei posti dove sono stata. I biglietti della corriera su cui per anni ho fatto avanti e indietro fra il Piccolissimo e il Piccolo Paese per andare e tornare da scuola. I fili d’erba che soffiavo col ragazzo al parco. I suoi sorrisi. I primi doni: il nocciolo di pesca assurdamente laccato di smalto rosso e altre cose disgustose come una pigna di cedro sudicia che a lui, a lui solo, sembrava una rosa canina essiccata.

6 giu 2011

05. vento e biscotti amorosi

Fuori c’è un vento dispettoso. La città riserva brutte sorprese a volte. Nella Metropoli non tira mai un alito di vento eppure Ludmilla si è svegliata per colpa della persiana che sbatteva rumorosamente. Allora, visto che oggi è il suo giorno di riposo e il ragazzo non è ancora arrivato, ha deciso di dedicarsi alla cucina. Intanto ha messo su un vecchio vinile degli Small Faces. Ebbene sì, Ludmilla ha recuperato al mercatino delle pulci un pacchiano giradischi di una fine serie delle più kitsch. Un frutto incerto degli anni Ottanta, nato postumo.
Ascoltando Talk to you,  fa la lista degli ingredienti che con dedizione dispone sul tavolo per preparare i biscotti. Le arachidi tostate, la farina mista di mais e grano tenero, l’olio d’oliva, lo zucchero di canna, il lievito, il vino liquoroso. Semplicemente insieme, così. Quando un connubio è perfettamente armonioso non c’è bisogno di stabilire regole e turni. 
Questa ricetta gliel’ha insegnata sua zia, nella casa al mare dove andava a passare qualche settimana d’estate quando era bambina. In quella casa, croce e delizia delle vacanze estive, Ludmilla assaporava bene gli ultimi giorni di svago prima di tornare a scuola. Il cugino Paul, in particolare, era la sua croce. Amava sopra ogni altra cosa prenderla di peso come un agnello – serrandole con le mani già adolescenti polsi e caviglie – e stenderla sul divano per delle interminabili sessioni di solletico. Ludmilla ne usciva disperata e senza fiato. Spesso i lacrimoni le colavano giù per le guance, senza che potesse mai aver abbastanza forza per gridare o per lottare contro le smanie puberali del cugino.
Per rinfrancarla c’erano le belle e lunghe passeggiate con la cugina Amy, in compenso.
E quel gioco bellissimo, distese sul prato.
“Se io fossi Dio, avrei una mano talmente grande che potrei prendere quel gatto laggiù e posarlo in cima alla collina, così” e ci si chiudeva un occhio per poter fingere la prospettiva divina.
“Se io fossi Dio, invece, guarda: potrei accarezzare l’erba di quel campo, spostare il trattore con una piccola spinta della mano, o prendere il sole come si coglie un chicco d’uva”.
Ludmilla sorride sorprendendosi della forza dei propri ricordi, specie di quelli degli odori: la cucina della zia, le campanule che le solleticavano il collo sul prato, l’odore dei cugini, delle arachidi schiacciate insieme allo zucchero grezzo. 
Poi canticchia anche lei “Would it be too much... to try and jog your memory?”. Intanto finisce di lavorare l’impasto e inizia a prenderne piccoli mucchietti e a disporli sulla placca da forno.
Le piace l’amore con cui si fanno queste cose. Non è molto dissimile alla fine, a quell’amore che destina al ragazzo quando arriva. Si gioca anche quello su un equilibrio di sapori e di sapienze. Di trucchi e attenzioni sempre nuove. Ludmilla gli corre incontro, lo invita a vedere la collezione di piante grasse che cresce sempre più, gli parla di mille cose e ascolta le sue avventure. Lui le racconta di quando ha incontrato il gatto bagnato sulle scale di casa dopo un temporale, di che cosa ha suonato l’altra sera, di quanto le stanno bene le perline arancioni, “si intonano con i tuoi occhi e la tua pelle”. Poi le carezze e il profumo del forno si fanno intensi, lei lo cinge sotto le costole, lo stringe piano, bacia. Il vinile si inceppa e i biscotti mandano ormai un cattivo odore dal forno, ma non importa. Li rifaranno domani.

2 giu 2011

04. giorni di L.

Clic. Stanotte ho fatto uno strano sogno. Mi alzo e preparo meccanicamente caffellatte e un toast al burro e miele e intanto ascolto la radio. God must be a boogie man... canta Joni Mitchell, che non avrei mai pensato di incontrare su queste frequenze. Nel sogno sono una donna adulta. Ho un corpo pesante come un fardello, due figli che mi tirano la gonna da tutte le parti e cammino a fatica in una strada stretta, la pioggia mi batte in faccia e sul selciato ripido, i figli è come se non li sentissi, ma gridano qualcosa. Non so dove sono ma sto cercando di raggiungere un posto. Non un posto qualsiasi ma un luogo familiare, la mia casa, o la casa di qualcuno che conosco. Quando arrivo a una piccola porta di legno verde suono e mi apre una donna, più o meno della mia età ma che nel sogno io percepisco come mia madre.
Cerco di entrare ma non riesco, i figli continuano a tirarmi per la gonna e non posso passare dalla porta che è strettissima. Mia madre aspetta in silenzio, sulla soglia, non dice nulla.
“Chi sono? Cosa vogliono?” dico in un mugolio nervoso.
“Come chi sono” fa mia madre, “sono i tuoi figli. Non li ricordi più? Li hai avuti lo scorso inverno e li hai già scordati?”.
La guardo con un senso di terrore e di disgusto insieme:
“Ma cosa dici mamma, io non ho figli. Ma non vedi, sciocca, non vedi che sono solo due piccoli gatti affamati?”.
Infatti, appena mia madre guarda in basso, i gatti le si avventano sul viso. 
Lo specchio mi riflette, mentre ci passo davanti per caso. Sembro cresciuta. Ho i seni appuntiti e la pancia scavata come solo di mattina riesco ad avere. C’è un che di triste in questa figura bianca e silenziosa che mi guarda, come se si aspettasse qualcosa. Mi piace crescere. Ogni volta che guardo le venature della mia mano, grosse e in rilievo, sono contenta di vedere che il tempo passa anche da lì, anche dalla mie mani nervose e sempre in cerca di operosità. Le guardo continuamente, in fondo. Mentre sbuccio un’arancia, mi lego gli stivali, slaccio la cintura, lavo i piatti, conto i giorni che mi separano ormai dalla partenza, dal Piccolo Paese. 
Mentre cammino verso la metro, penso. Ho fatto la mia piccola rivoluzione con un certo accanimento. Non lo penso con orgoglio, ma con un discreto senso di oggettività. Ho fatto e disfatto valigie, cercato a fatica un posto dove stare, imparato a non sentire dolore quando saluto mia madre e mio padre, quando saluto il ragazzo. Del resto non potevo rimanere per sempre là. C’era qualcosa, quando la sera accostavo le persiane della mia stanza e mettevo il gatto sullo sgabello senza curarmi delle sue vertigini. Qualcosa che arrivava come una sberla di vento, un rimprovero dolce. Come se qualcuno una voce di dentro, dicesse “bruttacattiva, cosa ci fai ancora qui, cosa aspetti? Stai sprecando il tuo tempo, lo sai”.
E allora ho saputo, una sera che l’odore del minestrone era più invasivo e triste del solito, una sera che le persiane hanno cigolato troppo, forse, o che il gatto ha avuto compassione di me e ha acconsentito a restare sul pianoforte senza fiatare, allora ho saputo che me ne sarei andata.

1 giu 2011

03. il migliore dei mondi possibili

Ludmilla si è svegliata presto. Ha pensato per un attimo di allungare la mano per accendere il piccolo paralume di canapa sulla mensola in basso e sinistra. Poi si è detta “stupida” e si è rimproverata di non ricordarsi che il suo nuovo letto non ha nessuna mensola in basso a sinistra, ma un minuscolo comodino a destra, con sopra un applique di carta di riso. Clic.
La stanza che si è presa, nella periferia un po’ rive gauche un po’ quartiere multietnico della Metropoli, è una camera quadrata, con il soffitto basso e il parquet malridotto. Dal cortile al mattino la raggiungono odori di forno non propriamente gradevoli. 

Ludmilla è venuta in città perché è come se ci fosse stata costretta. Non da qualcuno, solo da se stessa, anzi da quello che le è sempre sembrato giusto pretendere da se stessa. A volte Ludmilla non lo ammette, ma riconosce di avere una sensibilità particolare per le cose. È soltanto una sensazione, ma le è stata confermata molte volte nel corso della sua vita. Come quando i professori la definivano ‘più matura della sua età’ o perfino ‘sprecata per un liceo artistico’. Su questo a dire il vero non è mai stata d’accordo. Il piccolo istituto, benigno e familiare come una vacanza ben riuscita, l’ha gratificata senza appesantirla di sensi d’inadeguatezza. Ma Ludmilla non ha mai sentito di essere arrivata a un punto risolutivo, non ha mai pensato di fermarsi credendo di esser giunta nel migliore dei mondi possibili. Ludmilla non è di quelli tremendamente ambiziosi, ma neanche di quelli che godono del proprio comodino, della via di casa e dello stesso panettiere da generazioni. Detesta quelli che non si lasciano distrarre da nessun tipo di fascino esotico, fosse anche una semplice diffida dell’abitudine, o una voglia di far propria davvero la propria vita, costruendola per esclusioni progressive e acquisite con consapevolezza.
Ludmilla è una complicata. Quando pensa di essere così, per un momento, le si piega il labbro in una smorfia compiaciuta, che subito dopo si trasforma in ribrezzo per la sua faciloneria vanitosa. ‘Complicata’, come se fosse del tutto bello esserlo. Non è bello, è difficile, scomodo e triste. Ma ora è tempo di darsi un’opportunità. Un’occasione di soffrire. Di accettare di mettere se stessa in balìa di un’identità che deve ancora definirsi. L’occasione di perdere qualcosa. Di perdere qualcuno. Per trovare qualcosa o qualcuno che siano realmente un desiderio suo. Una corrispondenza reale. Un’espressione di sé. Qualcosa che risponda alla sua inquietudine come a un richiamo risponde chi è cercato e non chi passa per sbaglio. Come il bersaglio colpito risponde a una freccia che non sia stata scoccata a caso.

29 mag 2011

02. il Piccolo Paese e la Metropoli

Vi starete ancora chiedendo che cos’è, come funziona insomma una macchina da scrivere solare. Oh be’ una macchina da scrivere solare in fondo non è così diversa da tutte le altre. Solo un po’ più... cool ecco.
I mie capelli sono di un rosso fulvo, ho qualcosa di slavo nella forma degli zigomi. Quando ero al liceo i miei compagni mi prendevano in giro dicendo che avevo la faccia della forma di un ferro da stiro. A me i miei zigomi sono sempre piaciuti perché danno l’impressione che io sia un po’ distratta e assonnata. Con la testa fra le nuvole, leggera.
Al Piccolo Paese, ho un ragazzo. Il ragazzo amava accarezzarmi gli zigomi dall’alto verso il basso. “Così forse ti si consumano un po’, amore”. Il ragazzo ha scosso la testa quando gli ho detto che sarei andata alla Metropoli. “Tutto quello che vuoi – ha ammesso in un singhiozzo – ma non dimenticare da dove vieni. Non dimenticarmi”.
Sulla mia macchina da scrivere solare, sorseggiando dal termos una tisana al ribes, scrivo un soliloquio improbabile mentre viaggio verso la Metropoli. Mi dimentico di menzionare la mia migliore amica, la maestra delle elementari che per prima mi disse di partire e il mio gatto con le vertigini. 

 Il gatto che stava con me nella mia camera al Piccolo Paese non poteva salire più in alto dello sgabello impagliato. Soffriva quando lo mettevo sullo scaffale. Soffriva se mi impegnavo a insegnargli come salire sul davanzale della finestra per poter vedere i gatti del vicinato. Non ha mai visto altri gatti che non se stesso.
La mia migliore amica si chiama Frida, ha 17 anni. Fa ancora il liceo. È mia cugina, figlia della sorella di mio padre. Frida è irrequieta e più grande della sua età. Passa il tempo a dipingere tele orribili a base di gusci d’uovo ed è convinta che entro l’estate andrà a vivere all’estero con il suo ragazzo. Ancora però non ha deciso quale dei tre maleodoranti e afasici compagni che la scopano a giorni alterni e un po’ troppo rumorosamente in camera sua diventerà quello con cui andare all’estero.
Le mie braccia sono lunghe un po’ bianchicce e punteggiate di lentiggini, ma con una bella forma nella zona delle spalle e sostanzialmente poco grasse.
Non ho mai visto tutto sommato dei gran difetti su di me. Forse inizierò a vederne di più quando sarò nella Metropoli, dove le donne avranno certamente la pelle sottile e sempre coperta di profumi griffati e seta. Dove tutti saranno attenti a come mettersi in posa la mattina quando escono, con il loro breviario di rossetto, accorgimenti e frasi a effetto.
Vedete, riesco a immaginamela, questa nuova vita. Non sono poi così illusa e distratta, malgrado gli zigomi e ciò che mi rimproverava la maestra delle elementari. Non sarà difficile.

28 mag 2011

01. buongiorno da L.

Buongiorno. Mi chiamo Ludmilla Richmond, ho 25 anni. Sono amante dei viaggi della natura e delle prime mattinate di primavera quando puoi uscire a fare passeggiate al sole tiepido. Mi piace molto anche cucinare ma, a causa di una predisposizione ereditaria per le malattie cardiovascolari, devo fare molta attenzione al sale negli alimenti. Di solito mangio cose che non sanno praticamente di niente e allora non ho fame quasi mai.
Mia madre, insegnante alla materna, di 53 anni, veniva dalla Metropoli. L’ha lasciata molto tempo fa, quando ha deciso di sposare mio padre, architetto di 59 anni, e di mettere da parte la sua appagante professione. Adesso quando pensa agli anni dell’insegnamento tira un sospiro di sollievo e dice “sono stata una privilegiata ad avere tuo padre che mi ha strappata via da quella vitaccia”. Mentre lo dice sulla sua faccia c’è un sorriso tirato. Generalmente la sigaretta è alla fine lei resta un attimo in sospeso e la cenere le cade da qualche parte, sulla pantofole, o sul piattino del tè.
Mio padre, architetto di 59, è nato e ha sempre vissuto nel Piccolo Paese. Tranne che per l’università, quando si è dovuto trasferire nella Metropoli, con grande dolore di sua madre, mia nonna, e la promessa che non sarebbe stato via per sempre. Sembra che mia nonna gli abbia detto prima che partisse: “Non pensare di andartene di qui per fare la bella vita e dimenticare da dove vieni. Dovrai tornare a occuparti di tuo padre e di tua madre, cosa credi? E ricorda: non ti paghiamo l’università perché tu vada a iniziare qualcosa, ma perché tu vada a finirlo”.
Mia nonna, sartina di 82, si chiama Ludmilla, anche lei. Come vedete, mio padre non l’ha messa da parte.
Le altre cose che mi piacciono della mia vita sono: il rumore del caffè quando passa, fare l’amore a testa in giù, fare cose normali ma in contesti non normali (per esempio mangiare in bagno, lavarsi i denti in garage, lustrare le scarpe con il burro d’arachidi), dormire poco e possibilmente essere svegliata da qualcuno che crede che hai dormito un sacco, staccare le foglioline del timo direttamente dalla pianta senza stroncare il rametto.
Ma la cosa più interessante della mia vita mi è successa, mi sta succedendo in queste ore. Ho deciso di fare il viaggio inverso di mia madre. Ho deciso di, sto per partire per la Metropoli.
Ho con me molti gommini colorati per capelli, una macchina da scrivere solare e un orologio da taschino. Fra le altre cose.