Sono un’edonista. Ma non una di quelle sofisticate damine metropolitane che godono all’acquisto di una Balenciaga e si nutrono solo di caviale e Louis Roederer nelle occasioni mondane e, quotidianamente, di pan di segale bio e snack al malto alsaziano tostato. Sono un’edonista dal cuore campestre. Che si commuove per il fegatello, che il pantagruelico Margutte di Pulci battezzava come “vero paternostro”. Che ama il Negroni, il più villano e perfino disgustoso dei cocktail. Così stucchevole da creare dipendenza, così forte da farti sentire maledetto. Amo l’eccesso a poco prezzo del cibo che stordisce per la sua corpulenza e il suo sapore deciso. Non sono una donna da bianco fermo. Né da bollicine tutto fumo e poco arrosto. Amo la pesantezza corroborante dei nostri rossi, anche se non disdegno quella più virginale di certi merlot. Non sono una donna da gamberoni del Baltico al vapore. Amo la corposità schietta e bucciosa del fagiolo con l’occhio. E del suo aglio, che resta in pentola per ore e poi, lascivo, si fa spogliare sguittando come un’anguilla fuori dal suo abito roseo. I cibi più buoni sono quelli con cui tu, donnola esile come un giunco, devi ingaggiare una lotta per apprezzarli. Una battaglia all’ultimo grado, e all’ultima caloria. Amo la cicoria saltata. Amo la cacciagione che si ripresenta fino a tardo pomeriggio, in quelle domeniche, irredente a dispetto dell’ostia mattutina, in cui esiste solo il piacere gastrico. Amo la castagna ballotta, una sposa d’autunno ammansita dal bollore dell’acqua, lei che sperava in quello del fuoco, ma bella anche da spenta, con il suo prezioso corredo di rosmarino stufato. Amo il cavolo coraggioso, così brutto e bandito dalle mense più sofisticate, se non sotto forma di verza che avvolge un più degno contenuto. Amo le rozzissime olive all’ascolana, un cibo indeciso e senza adepti: non sono adatte ai vegetariani perché hanno stretto un patto ignominioso con il ragù. Non fanno nemmeno al caso del crapulone più godurioso, perché ai suoi occhi sono palline insignificanti, il semplice assaggino di un paradiso che lui non si accontenta certo di guardare così, dal buco della serratura. Non si addicono, infine, al salutista, perché sono un concentrato mefistofelico di tutti i mali possibili per le sue morigerate arterie.
Amo il pollo arrosto, sì, quello del mercato, che mi piace chiamare “pollaccio”, come lo chiama mia madre, perché è il principe di una gastronomia spiccia ma dignitosissima, e insostituibile. Insano, trascurato, cucinato in maniera sciatta da un ambulante che infila le mani luride, senza operare distinguo di sorta, ora nella tasca degli spiccioli, ora tra le crocchette mence esposte in prima linea sul banco. Il pollo arrosto è l’eccellenza, il piatto senhal, per l’edonista che non vuole essere uno snob, almeno a tavola. Amo, insomma, le cose indiavolate, che il mio povero stomaco quasi infantile affronta a fatica: ci deve parlare, le deve convincere, addomesticare, come Petruccio doma la sua bisbetica Caterina. Come si fa con la vita. Che se è troppo facile scivola giù senza citrosodina, ci digerisce senza darci delizia.

come here from Malaysia =)
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