«Si fanno cose, oggi come sempre. Ma non più per il gusto di farle. Piuttosto per vedere come diventano, una volta che le abbiamo fatte. Per studiare il loro effetto, su di noi e sugli altri. Non sono più istanti di una vita, come arredare una casa, fare un viaggio, sorseggiare un vino d’annata, uscire in posti esclusivi. Sono istantanee, testimonianze affannose di tutte queste possibilità sempre rincorse.
Come se si volesse aver ragione della nostra fatuità mettendola per iscritto, imprimendola nelle sue più eteree ed emendate rappresentazioni digitali. Fare in modo che gli amici spùntino un like sulla foto artistica meglio riuscita della nostra vacanza è diventato più significativo di cosa sentivamo quando l’abbiamo scattata, quella foto. Dire dove ci troviamo, se è un posto figo, sembra ormai più importante che esserci venuti. Elencare su un blog le cose che ci piacciono, con una pericolosa promiscuità fra libri, gadget da cucina, modalità di svago e cibi al di fuori della dispensa ordinaria ci fa sentire degni di occupare il nostro piccolo fetido posto nella rete.
Agitiamo il nostro fustigato senso estetico alla continua e solerte ricerca di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo davvero. Ma che un comandamento supremo, quello di una strana comunità che non esiste ma di cui – col nostro contributo di idealismo distorto – facciamo inesorabilmente parte, ci impone di desiderare, sulla base di categorie irrispettose del nostro essere più riposto, delle nostre chimiche differenziate, delle nostre relazioni archetipiche».
Ludmilla sente questo stasera. E, non senza provare una certa vergogna nel contravvenire consapevolmente a ciò che sente, lo scrive.
Cerchiamo e cercheremo sempre l'approbazione della collettività trascendendo ogni individualità...
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