6 giu 2011

05. vento e biscotti amorosi

Fuori c’è un vento dispettoso. La città riserva brutte sorprese a volte. Nella Metropoli non tira mai un alito di vento eppure Ludmilla si è svegliata per colpa della persiana che sbatteva rumorosamente. Allora, visto che oggi è il suo giorno di riposo e il ragazzo non è ancora arrivato, ha deciso di dedicarsi alla cucina. Intanto ha messo su un vecchio vinile degli Small Faces. Ebbene sì, Ludmilla ha recuperato al mercatino delle pulci un pacchiano giradischi di una fine serie delle più kitsch. Un frutto incerto degli anni Ottanta, nato postumo.
Ascoltando Talk to you,  fa la lista degli ingredienti che con dedizione dispone sul tavolo per preparare i biscotti. Le arachidi tostate, la farina mista di mais e grano tenero, l’olio d’oliva, lo zucchero di canna, il lievito, il vino liquoroso. Semplicemente insieme, così. Quando un connubio è perfettamente armonioso non c’è bisogno di stabilire regole e turni. 
Questa ricetta gliel’ha insegnata sua zia, nella casa al mare dove andava a passare qualche settimana d’estate quando era bambina. In quella casa, croce e delizia delle vacanze estive, Ludmilla assaporava bene gli ultimi giorni di svago prima di tornare a scuola. Il cugino Paul, in particolare, era la sua croce. Amava sopra ogni altra cosa prenderla di peso come un agnello – serrandole con le mani già adolescenti polsi e caviglie – e stenderla sul divano per delle interminabili sessioni di solletico. Ludmilla ne usciva disperata e senza fiato. Spesso i lacrimoni le colavano giù per le guance, senza che potesse mai aver abbastanza forza per gridare o per lottare contro le smanie puberali del cugino.
Per rinfrancarla c’erano le belle e lunghe passeggiate con la cugina Amy, in compenso.
E quel gioco bellissimo, distese sul prato.
“Se io fossi Dio, avrei una mano talmente grande che potrei prendere quel gatto laggiù e posarlo in cima alla collina, così” e ci si chiudeva un occhio per poter fingere la prospettiva divina.
“Se io fossi Dio, invece, guarda: potrei accarezzare l’erba di quel campo, spostare il trattore con una piccola spinta della mano, o prendere il sole come si coglie un chicco d’uva”.
Ludmilla sorride sorprendendosi della forza dei propri ricordi, specie di quelli degli odori: la cucina della zia, le campanule che le solleticavano il collo sul prato, l’odore dei cugini, delle arachidi schiacciate insieme allo zucchero grezzo. 
Poi canticchia anche lei “Would it be too much... to try and jog your memory?”. Intanto finisce di lavorare l’impasto e inizia a prenderne piccoli mucchietti e a disporli sulla placca da forno.
Le piace l’amore con cui si fanno queste cose. Non è molto dissimile alla fine, a quell’amore che destina al ragazzo quando arriva. Si gioca anche quello su un equilibrio di sapori e di sapienze. Di trucchi e attenzioni sempre nuove. Ludmilla gli corre incontro, lo invita a vedere la collezione di piante grasse che cresce sempre più, gli parla di mille cose e ascolta le sue avventure. Lui le racconta di quando ha incontrato il gatto bagnato sulle scale di casa dopo un temporale, di che cosa ha suonato l’altra sera, di quanto le stanno bene le perline arancioni, “si intonano con i tuoi occhi e la tua pelle”. Poi le carezze e il profumo del forno si fanno intensi, lei lo cinge sotto le costole, lo stringe piano, bacia. Il vinile si inceppa e i biscotti mandano ormai un cattivo odore dal forno, ma non importa. Li rifaranno domani.

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