Ludmilla si è svegliata presto. Ha pensato per un attimo di allungare la mano per accendere il piccolo paralume di canapa sulla mensola in basso e sinistra. Poi si è detta “stupida” e si è rimproverata di non ricordarsi che il suo nuovo letto non ha nessuna mensola in basso a sinistra, ma un minuscolo comodino a destra, con sopra un applique di carta di riso. Clic.
La stanza che si è presa, nella periferia un po’ rive gauche un po’ quartiere multietnico della Metropoli, è una camera quadrata, con il soffitto basso e il parquet malridotto. Dal cortile al mattino la raggiungono odori di forno non propriamente gradevoli.
Ludmilla è venuta in città perché è come se ci fosse stata costretta. Non da qualcuno, solo da se stessa, anzi da quello che le è sempre sembrato giusto pretendere da se stessa. A volte Ludmilla non lo ammette, ma riconosce di avere una sensibilità particolare per le cose. È soltanto una sensazione, ma le è stata confermata molte volte nel corso della sua vita. Come quando i professori la definivano ‘più matura della sua età’ o perfino ‘sprecata per un liceo artistico’. Su questo a dire il vero non è mai stata d’accordo. Il piccolo istituto, benigno e familiare come una vacanza ben riuscita, l’ha gratificata senza appesantirla di sensi d’inadeguatezza. Ma Ludmilla non ha mai sentito di essere arrivata a un punto risolutivo, non ha mai pensato di fermarsi credendo di esser giunta nel migliore dei mondi possibili. Ludmilla non è di quelli tremendamente ambiziosi, ma neanche di quelli che godono del proprio comodino, della via di casa e dello stesso panettiere da generazioni. Detesta quelli che non si lasciano distrarre da nessun tipo di fascino esotico, fosse anche una semplice diffida dell’abitudine, o una voglia di far propria davvero la propria vita, costruendola per esclusioni progressive e acquisite con consapevolezza.
Ludmilla è venuta in città perché è come se ci fosse stata costretta. Non da qualcuno, solo da se stessa, anzi da quello che le è sempre sembrato giusto pretendere da se stessa. A volte Ludmilla non lo ammette, ma riconosce di avere una sensibilità particolare per le cose. È soltanto una sensazione, ma le è stata confermata molte volte nel corso della sua vita. Come quando i professori la definivano ‘più matura della sua età’ o perfino ‘sprecata per un liceo artistico’. Su questo a dire il vero non è mai stata d’accordo. Il piccolo istituto, benigno e familiare come una vacanza ben riuscita, l’ha gratificata senza appesantirla di sensi d’inadeguatezza. Ma Ludmilla non ha mai sentito di essere arrivata a un punto risolutivo, non ha mai pensato di fermarsi credendo di esser giunta nel migliore dei mondi possibili. Ludmilla non è di quelli tremendamente ambiziosi, ma neanche di quelli che godono del proprio comodino, della via di casa e dello stesso panettiere da generazioni. Detesta quelli che non si lasciano distrarre da nessun tipo di fascino esotico, fosse anche una semplice diffida dell’abitudine, o una voglia di far propria davvero la propria vita, costruendola per esclusioni progressive e acquisite con consapevolezza.
Ludmilla è una complicata. Quando pensa di essere così, per un momento, le si piega il labbro in una smorfia compiaciuta, che subito dopo si trasforma in ribrezzo per la sua faciloneria vanitosa. ‘Complicata’, come se fosse del tutto bello esserlo. Non è bello, è difficile, scomodo e triste. Ma ora è tempo di darsi un’opportunità. Un’occasione di soffrire. Di accettare di mettere se stessa in balìa di un’identità che deve ancora definirsi. L’occasione di perdere qualcosa. Di perdere qualcuno. Per trovare qualcosa o qualcuno che siano realmente un desiderio suo. Una corrispondenza reale. Un’espressione di sé. Qualcosa che risponda alla sua inquietudine come a un richiamo risponde chi è cercato e non chi passa per sbaglio. Come il bersaglio colpito risponde a una freccia che non sia stata scoccata a caso.

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