La vecchietta vive accanto al mercato del pesce. Adesso ha lo smartphone anche lei. Di solito se ne sta lì, tra i libri che vende e non, tutta sola e in silenzio, a compitarsi i pensieri. A volte le fanno compagnia i passeri che vivono grazie agli scarti del mercato. Sono diventati completamente onnivori, ecco perché li vedi grassi, sgraziati e lenti, con l’occhio opaco, che scorrazzano lì intorno, beccando per terra in modo compulsivo, senza più nemmeno alzarsi in volo. Come degli aspiranti piccioni.
Io ci passo spesso, dalla vecchia del pesce. La sua è una bancarella molto frequentata. E molto ben frequentata, anche. È la bouquiniste cisalpina. Vende libri obsoleti. Brutti. Che però hanno il fascino di un rimasuglio di soffitta. Sembrano relitti alluvionali, o almeno si ha l’idea che siano stati raccattati nelle sale d’aspetto di tutti i dentisti ormai pensionati della Metropoli. Riviste ormai invendute e invendibili, Cronaca Vera e Il Corrierino dei Piccoli, e romanzi Harmony o vecchie edizioni di Liala, libri di viaggi, persino Settimane Enigmistiche già scritte e poi cancellate, e vecchi Tv sorrisi e canzoni degli anni di Fantastico, con vaporose Cuccarini e Martinez che, con le stelline disegnate sul viso, ammiccano dalla copertina ancora patinata, fra i fumi colorati e le luci giaguare della ribalta.
Ci passo spesso quando vado a lavoro. I passeri frullano le ali, mendicano cibo persino dai passanti. Che non sono rari. Ci ho incontrato gente dello spettacolo. Un radiofonico famoso. Il vincitore di un reality show. Una volta ho intercettato l’animosa conversazione fra la vecchia e un esperto d’arte, che pretendeva uno sconto di troppa sostanza su una rivista ritenuta introvabile dalla donna. E che pertanto non poteva affatto essere svenduta. Il tizio si dava grandi arie, gonfiava il petto sotto il papillon. La vecchia e i passeri lo guardavano dal basso, ma con una sobrietà composta, calma, che aspettava solo che quello sproloquiare di saccenteria fosse finito per intervenire dicendo, flemmaticamente, per tutta risposta: “In effetti anche lei è un tipo raro. Ma non per questo prezioso”.
Sorrido e passo oltre, mentre il critico riprende con la sua giaculatoria. Prima o poi, mi riprometto, mi fermerò anch’io davanti alla bancarella, e comprerò qualche rivista, o un vecchio libro del Touring. Magari uno di quelli, tristi e incartapecoriti, che parlano di province che non esistono più, o non esistevano ancora. Uno di quelli in cui la parola hotel la trovi ancora scritta così, in corsivo. O che segnalano la presenza di un telefono pubblico nei bar con l’apposita iconcina, di fianco al coltello e alla forchetta incrociati. Ci troverò i segni di chi li ha già letti, di chi è passato da quelle parti, o su quelle pagine. Le piegature, gli strappi, le orecchie. Le tracce circolari di mille tazze di caffè. Tutte cose che amerei conservare in un archivio immaginario. A volte penso allo spreco infinito di tracce che si lasciano, più o meno involontariamente, senza che nessuno le raccolga o le sfrutti. Indizi mancati, sbagliati, caduti o persi per strada. Che di noi potrebbero dire molto più, e molto meglio, dei discorsi e delle cose superstiti o di quelle volontariamente conservate. Invece, abbiamo solo queste. Soltanto ciò che abbiamo scelto, presi dal capriccio o dall’intenzione di non dire tutto di noi, ma solo quello che ci piace o che torna a nostro vantaggio.
Io, per esempio. Ho qui con me, nella borsa, un mucchio di cose. Biglietti da visita di qualcuno che non chiamerò o forse sì. Gomme da masticare. Fondotinta e rossetto. Un piccolo portadocumenti con le foto di mio nonno da giovane in bicicletta, del gatto vertiginoso, di mia cugina Amy e di mia cugina Frida. Non ho niente che non sia mia intenzione avere. Eppure chissà che fine hanno fatto i segnalibri che ho usato per i primi libri letti, quelli di Richard Scarry e di Quentin Blake. Le mie matite col filo d’oro a marcarne ognuno dei lati. I vecchi gommini per capelli. La sabbia che la scorsa estate restava, pigra e insolente, sul fondo della mia borsa di canapa. Gli scontrini dei posti dove sono stata. I biglietti della corriera su cui per anni ho fatto avanti e indietro fra il Piccolissimo e il Piccolo Paese per andare e tornare da scuola. I fili d’erba che soffiavo col ragazzo al parco. I suoi sorrisi. I primi doni: il nocciolo di pesca assurdamente laccato di smalto rosso e altre cose disgustose come una pigna di cedro sudicia che a lui, a lui solo, sembrava una rosa canina essiccata.

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