Cerco di entrare ma non riesco, i figli continuano a tirarmi per la gonna e non posso passare dalla porta che è strettissima. Mia madre aspetta in silenzio, sulla soglia, non dice nulla.
“Chi sono? Cosa vogliono?” dico in un mugolio nervoso.
“Come chi sono” fa mia madre, “sono i tuoi figli. Non li ricordi più? Li hai avuti lo scorso inverno e li hai già scordati?”.
La guardo con un senso di terrore e di disgusto insieme:
“Ma cosa dici mamma, io non ho figli. Ma non vedi, sciocca, non vedi che sono solo due piccoli gatti affamati?”.
Infatti, appena mia madre guarda in basso, i gatti le si avventano sul viso.
Lo specchio mi riflette, mentre ci passo davanti per caso. Sembro cresciuta. Ho i seni appuntiti e la pancia scavata come solo di mattina riesco ad avere. C’è un che di triste in questa figura bianca e silenziosa che mi guarda, come se si aspettasse qualcosa. Mi piace crescere. Ogni volta che guardo le venature della mia mano, grosse e in rilievo, sono contenta di vedere che il tempo passa anche da lì, anche dalla mie mani nervose e sempre in cerca di operosità. Le guardo continuamente, in fondo. Mentre sbuccio un’arancia, mi lego gli stivali, slaccio la cintura, lavo i piatti, conto i giorni che mi separano ormai dalla partenza, dal Piccolo Paese.
Lo specchio mi riflette, mentre ci passo davanti per caso. Sembro cresciuta. Ho i seni appuntiti e la pancia scavata come solo di mattina riesco ad avere. C’è un che di triste in questa figura bianca e silenziosa che mi guarda, come se si aspettasse qualcosa. Mi piace crescere. Ogni volta che guardo le venature della mia mano, grosse e in rilievo, sono contenta di vedere che il tempo passa anche da lì, anche dalla mie mani nervose e sempre in cerca di operosità. Le guardo continuamente, in fondo. Mentre sbuccio un’arancia, mi lego gli stivali, slaccio la cintura, lavo i piatti, conto i giorni che mi separano ormai dalla partenza, dal Piccolo Paese.
Mentre cammino verso la metro, penso. Ho fatto la mia piccola rivoluzione con un certo accanimento. Non lo penso con orgoglio, ma con un discreto senso di oggettività. Ho fatto e disfatto valigie, cercato a fatica un posto dove stare, imparato a non sentire dolore quando saluto mia madre e mio padre, quando saluto il ragazzo. Del resto non potevo rimanere per sempre là. C’era qualcosa, quando la sera accostavo le persiane della mia stanza e mettevo il gatto sullo sgabello senza curarmi delle sue vertigini. Qualcosa che arrivava come una sberla di vento, un rimprovero dolce. Come se qualcuno una voce di dentro, dicesse “bruttacattiva, cosa ci fai ancora qui, cosa aspetti? Stai sprecando il tuo tempo, lo sai”.
E allora ho saputo, una sera che l’odore del minestrone era più invasivo e triste del solito, una sera che le persiane hanno cigolato troppo, forse, o che il gatto ha avuto compassione di me e ha acconsentito a restare sul pianoforte senza fiatare, allora ho saputo che me ne sarei andata.

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