Ludmilla è stata in vacanza. Ha accarezzato la sabbia fine della riviera, incrociato gli sguardi sapienti dei ragazzi da spiaggia, ha letto una novella di Schnitzler e sognato di indossare anche lei una pelliccia con niente sotto, che fissa. La festa è stata magica. Appena rientrata dal mare Ludmilla è andata alla festa di compleanno della cugina Amy, che non vedeva da tanto.
Amy aveva questa strana treccia di capelli che le cadeva su una spalla, di lato alla testa, come la bionda Inge, e parlava con gli invitati sorridendo mentre accarezzava la treccia e lanciava occhiate, fra il compiaciuto e il furtivo, nelle più varie e impensabili direzioni. Aveva anche degli stivaletti verdi e un piccolo coprispalle scarlatto che facevano sentire a Ludmilla una certa fierezza per il suo total black. Ammaccato, soltanto, da un velo di rosso sul labbro inferiore. Ludmilla ha notato con composta ammirazione la perfetta sincronia di movimenti e intenti che Amy è riuscita a costruire con il suo ragazzo, Giò. E pensa che la sua speranza di riuscire a fare altrettanto, forse, un giorno, verrà ripagata, quando tutti gli altri doni saranno stati completamente dilapidati e il vaso di Pandora sarà del tutto vuoto. Ludmilla ricorda la figura del libro sui miti degli dei e degli eroi. La bella Pandora ferma, rappresentata controluce come una silhouette un po’ preraffaellita. Il vaso vuoto, disegnato a testa in giù che si immaginava benissimo di poterne sentire l’eco, il soffio della voce che gratta, vana, sul fondo della giara di terracotta ormai sgombro. “La speranza rimase per ultima nel vaso”. Tutti gli altri doni di cui la fanciulla era stata ricca fino a quel momento, persi per sempre. Ludmilla non sapeva se sentirsi come quella giara o come Pandora. Forse sarebbe stato presuntuoso e pretenzioso ritenersi ricca di cose da offrire in dono agli altri. Del resto, non era mai stata generosa come Amy, tutt’altro. Allora le piaceva pensare piuttosto di essere lei quella tenue speranza, abbracciata un po’ controvoglia alle pareti porose del testo. Amy e Giò sembravano fatti apposta per stare insieme. Nessuno sguardo caduto a vuoto, nessuna ricerca smaniosa di una fuga dal discorso o dalla traiettoria visiva l’uno dell’altra. Ma solo un continuo e paziente precipitarsi, senza foga, senza nessun affanno, a fare per l’altro una specie di cuscino emotivo, un apostrofo rosa, ma steso, come un petalo.
Amy aveva questa strana treccia di capelli che le cadeva su una spalla, di lato alla testa, come la bionda Inge, e parlava con gli invitati sorridendo mentre accarezzava la treccia e lanciava occhiate, fra il compiaciuto e il furtivo, nelle più varie e impensabili direzioni. Aveva anche degli stivaletti verdi e un piccolo coprispalle scarlatto che facevano sentire a Ludmilla una certa fierezza per il suo total black. Ammaccato, soltanto, da un velo di rosso sul labbro inferiore. Ludmilla ha notato con composta ammirazione la perfetta sincronia di movimenti e intenti che Amy è riuscita a costruire con il suo ragazzo, Giò. E pensa che la sua speranza di riuscire a fare altrettanto, forse, un giorno, verrà ripagata, quando tutti gli altri doni saranno stati completamente dilapidati e il vaso di Pandora sarà del tutto vuoto. Ludmilla ricorda la figura del libro sui miti degli dei e degli eroi. La bella Pandora ferma, rappresentata controluce come una silhouette un po’ preraffaellita. Il vaso vuoto, disegnato a testa in giù che si immaginava benissimo di poterne sentire l’eco, il soffio della voce che gratta, vana, sul fondo della giara di terracotta ormai sgombro. “La speranza rimase per ultima nel vaso”. Tutti gli altri doni di cui la fanciulla era stata ricca fino a quel momento, persi per sempre. Ludmilla non sapeva se sentirsi come quella giara o come Pandora. Forse sarebbe stato presuntuoso e pretenzioso ritenersi ricca di cose da offrire in dono agli altri. Del resto, non era mai stata generosa come Amy, tutt’altro. Allora le piaceva pensare piuttosto di essere lei quella tenue speranza, abbracciata un po’ controvoglia alle pareti porose del testo. Amy e Giò sembravano fatti apposta per stare insieme. Nessuno sguardo caduto a vuoto, nessuna ricerca smaniosa di una fuga dal discorso o dalla traiettoria visiva l’uno dell’altra. Ma solo un continuo e paziente precipitarsi, senza foga, senza nessun affanno, a fare per l’altro una specie di cuscino emotivo, un apostrofo rosa, ma steso, come un petalo.
Ludmilla pensa che la felicità sia un paradosso. Per poterci dire felici si vuole qualcosa e siamo disposti a sacrificare qualcos’altro. Ma poi ogni “sacrificio” rischia di suonare come un “compromesso” ed è allora che ci si accorge del paradosso inesorabile della felicità.

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